Possession
La macchina da presa di Żuławski è schizofrenica, instabile, nervosa, nevrotica, ossessiva. Carrelli a 360°, panoramiche tumultuose, primi piani che ti penetrano, che ti tolgono respiro e spazio. Non osservi i personaggi: vieni assuefatto dal loro crollo mentale, dalla loro follia crescente. Ogni movimento di camera è una scossa, un colpo di vertigine che amplifica la dissoluzione, l’alienazione e la perdita di controllo. La regia è una macchina di terrore corporeo, un dispositivo che ti trascina nella schizofrenia dei protagonisti.
La Berlino Ovest del film è deserta, glaciale, brutalista, post-sovietica, un luogo che riflette il crollo emotivo dei personaggi. Gli edifici, le scale, i corridoi diventano simboli della morte delle ideologie, della frattura della società. L’alienazione è totale: la città diventa uno spazio domestico-corpo-psiche, dove il logoramento mentale si riflette nella carne e viceversa. L’architettura è fredda, politica, oppressiva; la dimensione urbana e quella privata si fondono in un rituale di dissoluzione.
In Possession, la mente e il corpo sono due lati dello stesso crollo. L’isteria, l’autolesionismo, la follia, la schizofrenia, il dolore psicologico e fisico sono indissolubilmente legati. Anna e Mark si autodistruggono, si picchiano, urlano, si inseguono, si logorano. La carne riflette la psiche: sangue, tentacoli, morte, putrefazione, orrore viscerale. Il mostro, Lovecraftiano e gnostico, nasce dal trauma interiore: è la manifestazione concreta della distruzione psichica, un’emanazione di desiderio, alienazione e follia.
Helen e Mark-doppio non sono semplici cloni: sono coscienti, senzienti, glaciali. Rappresentano la sterilizzazione dell’umanità, la perdita del conflitto, la fine del caos vivo. Sono perfetti, efficaci, ma vuoti: la vitalità è annientata, l’umanità dissolta, l’intensità emotiva eliminata. Bob capisce questa falsità e sceglie la morte: l’acqua diventa il mezzo per sfuggire al mondo degli involucri, al controllo, alla sostituzione. La scena della vasca è un rito di resa e di fine, simbolo di alienazione totale e annichilimento emotivo.
I dialoghi filosofici e religiosi non appartengono al cristianesimo: Dio non c’è, o meglio è assente nel senso più glaciale, non nel nichilismo, ma come mancanza totale. La fede è post-religiosa, gnostica, pagana, demoniaca: il mostro nasce per colmare il vuoto trascendente. Anna non vuole diventare Dio: cerca amore, desiderio, unità. Il mostro è la risposta carnale e concreta a questo vuoto, la mutazione fisica e psichica generata dalla fragilità, dalla follia e dall’isteria di Anna.
Il finale è glaciale, chirurgico, inesorabile. La psiche, il corpo e l’amore implodono. I doppi prendono il controllo. Non c’è redenzione, non c’è catarsi, solo possesso, morte, alienazione totale, distruzione interiore dell’umanità tramite il logoramento della psiche che si riversa nel corpo, nel sangue, nell’autolesionismo, nel male fisico e nell’annullamento totale dell’uomo. La mutazione evolutiva si manifesta come perfezione vuota: funzionale ma sterilizzata, glaciale, senza conflitto, senza follia, senza vita interiore. L’opera ci lascia in uno stato di vertigine totale: abbiamo visto la schizofrenia, la putrefazione, la morte e l’orrore incarnati in carne e psiche.
Alla fine, Possession si rivela un’opera di una brutalità e di una precisione rare, dove tutto funziona su più livelli in maniera straordinaria: la dimensione politica di una Berlino Ovest divisa e desolata entra in simbiosi con la distruzione psicologica dei personaggi, e questa psiche labile, frammentata e schiacciata dall’alienazione e dalla follia, si riversa direttamente nel corpo, nel sangue, nella carne, nella putrefazione, fino a una distruzione totale di Anna e Mark, che implode fisicamente e mentalmente in un crollo simultaneo. Ogni elemento, dall’architettura glaciale alla regia nervosa, dai colori alla violenza viscerale, contribuisce a questo meccanismo perfetto: un film in cui politica, psiche e carne diventano un’unica catena di devastazione, un’esperienza totale di orrore, follia e annientamento che non lascia scampo e ti possiede fino all’ultima immagine, distruggendoti.