Close-Up
“I’m speaking of my suffering. I’m not acting. I’m speaking from the heart. This isn’t acting. For me, art is the experience of what you’ve felt inside. If one could cultivate that experience, it’s like when Tolstoy says, that art is the inner experience cultivated by the artist and conveyed to his audience.”
Questo film è l’esperienza di metacinema più sconvolgente che abbia mai avuto. La storia, di per sé, è interessantissima e sembra essere stata partorita dalla mente di un grande sceneggiatore più che essere una storia vera. Sia l’incipit che lo svolgimento sono pieni di tensione e hanno tantissime sfaccettature: un uomo povero che si finge un regista famoso per entrare in casa di ricchi, e il processo che lo porta a doversi difendere e giustificare le proprie azioni davanti a un giudice. Questi sono temi perfetti per un film, e raccontare la storia di questo caso già di per sé getterebbe le basi per un grande film. Kiarostami, però, non si limita a raccontarci questa grande storia con attori e un copione ben scritto. No, lui ci mostra la storia in tempo reale, mentre sta accadendo. I personaggi non sono interpretati da attori, sono loro stessi. Vediamo i protagonisti della storia viverla in tempo reale: non ci sono copioni, nulla è deciso. Il regista entra nella storia influenzandone effettivamente il corso senza remora per la quarta parete; lui stesso diventa un personaggio all’interno della storia rompendo quasi del tutto ogni soglia di finzione.
Nel mondo del cinema, la linea che divide il documentario dal film a volte può essere molto sottile. Close-Up mette a dura prova lo spettatore nello stabilire dove collocarlo: è impossibile dire con certezza cosa sia. Il contenuto, essendo non recitato ma reale (almeno per il 95% della durata), ci porterebbe a definirlo documentario, ma ciò che poi porta inesorabilmente questo capolavoro rivoluzionario più vicino a essere un film è il finale. Il regista, dopo aver riportato tutto esattamente come avvenuto, senza modificare nulla, decide di creare un finale finto. Smette di riportare la realtà e fa per la prima volta recitare i protagonisti, ribaltando completamente l’approccio avuto fino a quel momento per darci una sua interpretazione personale. Questa finzione, che dura solo per una scena muta, cambia però tutto: trasforma il racconto in un'opera d'arte. Aggiunge il significato e la morale che un documentario non deve darti; Kiarostami si prende la responsabilità di modificare la storia perché sa che, così facendo, sta dando l’anima all’opera. Fino a quel momento penso che l’arte risieda negli avvenimenti realmente accaduti più che nella loro trasposizione su pellicola; il regista si limita a riportare nel modo più fedele possibile quello che succede. La scelta finale rende la pellicola stessa arte, trasformandola da mero resoconto dei fatti a opera d'arte con un suo valore intrinseco, che è ciò che, a mio parere, distingue un documentario da un film.
Penso inoltre che il regista si sia sentito libero di interpretare a suo modo il finale per quello che ha potuto percepire dal protagonista durante il processo. Se c’è una cosa che mi ha sorpreso più di tutte durante la visione è la semplicità dei processi in Iran: il processo si svolge senza avvocati e senza giuria. Il giudice, l’accusatore e l’accusato discutono tranquillamente senza nessun tecnicismo, nessuna obiezione, nessun articolo citato. Semplicemente parlano e cercano di trovare un accordo tra le parti; il regista ha persino la facoltà di interrompere per fare domande a suo piacimento. Tutto questo crea un ambiente quasi surreale in cui il finto regista ha la facoltà di raccontare nel dettaglio, e con un linguaggio comprensibile a tutti, le sue più profonde motivazioni. La motivazione per cui questo caso è stato scelto è la sua fortissima connessione con il cinema. Kiarostami, però, non poteva sapere effettivamente che persona fosse Hossain prima del processo, e penso che nessuno potesse immaginarsi una persona così profonda e con una passione così sconfinata per il cinema. Hossain sostiene in tutti i modi che i suoi scopi non fossero maligni e che ha colto l’occasione per sentirsi, per l’unica volta nella sua vita, qualcuno di importante. Molti potrebbero non avergli creduto guardando il film, ma io sinceramente ho visto nel suo racconto un amore così profondo per il cinema da credere che non abbia mentito. I discorsi di Hossain sembrano scritti dalla migliore penna del mondo: sono strutturati con una tale profondità che sembra impossibile non siano battute di una sceneggiatura perfetta. Scavano nella morale umana, rivelando una coscienza profondissima in quello che poteva essere tranquillamente un truffatore senza scrupoli. Hossain ci racconta la sua storia portando nella sua narrazione tutto il peso delle parole, al pari di un grande attore. Ma Hossain non è un attore, quelle frasi non gli sono state scritte. Io non credo, per quanto scettico possa essere, che un uomo possa mentire così bene se ha la profondità di capire quello che sta dicendo. Penso appunto che Kiarostami abbia capito profondamente le motivazioni di Hossain, possa essersi rivisto in qualche modo in lui; per quanto diversi siano, l’amore che condividono per l’arte è lo stesso. In un film in cui il personaggio non appartiene al regista, ma alla reale persona che lo sta interpretando, il regista può avere la facoltà di rompere il realismo per far diventare Hossain un suo personaggio solo se ha capito profondamente che persona sia. Questo concetto di realismo, arte e finzione viene persino spiegato da Hossain stesso nella citazione su Tolstoj: “L’arte è l’esperienza dell’artista trasportata al pubblico”. Durante il processo l’esperienza di Hossain e il suo racconto al giudice sono arte e lui è l’artista; alla fine Kiarostami reinterpreta la sua esperienza della vicenda dandoci un suo personale significato e diventando, in quel momento, l’artista della sua arte, ovvero il film stesso.