Full Metal Jacket
L'ennesimo capolavoro del maestro, un film che parla del processo di deumanizzazione necessario per diventare un soldato. Questo concetto si vede nella prima parte grazie a questa fotografia asettica e a tratti monocromatica, ma soprattutto grazie alla regia: Kubrick ci fa capire sin da subito quali personaggi non saranno "sulla stessa linea" del generale. Infatti mentre gli altri soldati sono inquadrati sempre come un gruppo compatto, con Joker e Pyle abbiamo soggettive, campi e controcampi e nel caso specifico di Pyle vi è un'operazione sottile, ma fondamentale, ossia uno scavalcamento di campo per far percepire la rottura che lui provoca nell'ordine creato dal generale. Kubrick costruisce anche un meraviglioso parallelismo tra le due scene di contemplazione dei cadaveri: nella prima quando osservano i soldati morti la macchina da presa ha una angolazione dal basso, mentre con la vietcong è ad altezza uomo; questo per indicare che nel primo caso i vivi sono ancora dominanti e c'è una netta distanza tra vita e morte, nel secondo invece non c'è separazione, vedono la morte per quello che è, prendono coscienza della loro condizione di carne da cannone. Tutto culmina con la scena finale, che potrebbe rappresentare l'ascesa negli inferi di Joker, il quale però non la vede come una vittoria ma più come un autoconvincimento, accetta quello che è diventato
*"Il Corpo dei Marines non vuole robot, Il corpo dei Marines vuole dei killer. Il Corpo dei Marines vuole costruire uomini indistruttibili, uomini senza paura"
"Sono in un mondo di merda sì, ma sono vivo, e non ho più paura"* (ultime parole di joker)
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