

Il volutamente fasullo intellettualismo e l'incoerente spigolosità di Moretti sono di una lucidità romantica unica, senza la pretesa di essere apodittici o altro. Oltre a dei momenti ironici spiazzanti, c'è nelle parole di moretti un tenero senso di lontananza e familiarità, di incomprensibilità avviluppata su se stessa, tra la serietà e la scanzonatura di una personalità a sé, di un uomo che tesse la propria storia senza avere la minima idea di come si faccia. A tal proposito il rapporto con l'altro, con la storia e il corso degli eventi, assume una forma difficile da inquadrare e nei dialoghi ondivaghi di moretti c'è tutta questa ambivalenza stupenda e giocosa tra la perentorietà della propria identità e l'inconoscibilità di una verità finita e chiara su di noi e sugli altri. C'è inoltre uno spostamento di sguardo, di prospettiva, da una forma di intendere la realtà sessantossisno basato sulla comunità, sulla coralità, ed invece nelle parole dei personaggi di ecce bombo si sente una forma di solipsismo secolarizzato fantastica.


L'occhio del cinema che ci guarda, ci fagocita, ci eccita, ci uccide e soprattutto ci forma. Gioca su tutta una stupenda concezione dell'immagine capace di modificarsi, di modifarci, e alterna ripetutamente questa gerarchia di potere tra lo spettatore e le immagini, tra lo spettatore e i ricordi fatti di immagini artificiali, fasulle, toccate con mano, e poi la mano del cinema che ci attraversa e ci annulla, ci apre infiniti occhi e prospettive impossibili; un gioco eterno e affascinante, anzi di più, essenziale. Un film intimamente difficile, facile da trasformare in una storiella o peggio in un mero anelito; al contrario catalizza questo rapporto vitale tra uomo e immagine, e ne inscena meravigliosamente l'acme, attraverso il migliore orgasmo della nostra vita. ❤️
