Dogville
“se c’è una città senza la quale il mondo vivrebbe meglio, è proprio questa qui.”
dogville è un capolavoro assoluto. con questo film, lars von trier muove una forte critica all’ipocrisia umana, utilizzando la regia come elemento chiave per catapultare lo spettatore all’interno della narrazione.
lo fa attraverso sequenze molto lunghe e un uso frequente dei primi piani, che enfatizzano le emozioni dei personaggi. ma la scelta che più risalta all’occhio è senza dubbio l'uso di una scenografia scarna, ridotta all’osso. per tutto il film vediamo infatti un unico piccolo paese, in cui le case sono prive di pareti e gli spazi sono scanditi soltanto da perimetri disegnati a terra.
all'inizio dogville appare come una città tranquilla e conviviale, dove tutti si aiutano e si vogliono bene. ad un certo punto arriva grace (una ragazza che sta scappando da dei criminali che la inseguono) a chiedere ospitalità, e inizialmente tutti si dimostrano volenterosi di aiutarla. tuttavia col passare del tempo, gli abitanti si accorgono di poterla ricattare, e se da una parte grace voleva semplicemente dargli una mano in segno di gratitudine, loro si prendono tutto il braccio. ed è proprio con questi gesti che capiamo che la bontà iniziale era solo formalità, una falsa bugia per apparire buoni davanti a se stessi e agli altri.
a questo punto la scelta di non mettere pareti risulta estremamente funzionale nel trasmettere il concetto di omertà e ipocrisia degli abitanti: tutti sono consapevoli delle atrocità commesse dagli altri nei confronti di grace, ma nessuno si sente realmente in colpa, almeno fino a quando la verità non viene loro sbattuta in faccia dalla donna stessa.
dogville racconta appunto di un paesello in cui si sa tutto di tutti, ma nel momento del bisogno ci si nasconde dietro una finta ignoranza e una complice omertà. è un film che parla della cattiveria umana, mostrando quanto sia facile accanirsi contro qualcuno senza sensi di colpa, giustificandosi con la scusa del “tanto lo fanno tutti”.
la città di dogville rappresenta inoltre il concetto di banalità del male: il male più terribile può essere compiuto da persone comuni, non necessariamente da individui malvagi o perversi, ma da chi è incapace di esercitare un pensiero critico e un autentico senso morale, da chi non sa estraniarsi e giudicare le proprie azioni dall'esterno: la responsabilità individuale svanisce, nessuno si percepisce come unico responsabile perchè agiscono tutti. il vero colpevole diventa l'intera comunità, e questo per il singolo diventa il modo più semplice per nascondere le proprie colpe.
a contrastare questa banalità del male è emblematico il finale del film: grace rappresenta la ragione e giunge alla consapevolezza che nessuna delle sevizie subite è giustificabile, nemmeno dall’assenza di consapevolezza. è proprio a questo punto che decide che l’unico modo per estirpare un male ormai assoluto è mettere a ferro e fuoco l’intera cittadina.
questo costringe lo spettatore a ragionare, in quanto in realtà, nemmeno la scelta ultima di grace risulta moralmente pura, von trier ti obbliga a chiederti se, dopo tutto quello che hai visto, desideri davvero quella punizione, e se la risposta è si, potresti essere tu stesso vittima della logica del film.