Paprika
paprika non è solo un film, ma un vero e proprio delirio onirico con cui uno dei più grandi registi della storia dell’animazione, satoshi kon, ci ha lasciato.
dall’inizio alla fine tutto ciò in cui crediamo viene costantemente messo in dubbio: non siamo mai davvero consapevoli di trovarci nella realtà o all’interno di un sogno. è geniale il modo in cui mille storie diverse si intrecciano tra loro, ma forse la più affascinante è la vicenda dell’ispettore konakawa.
il suo incubo cambia continuamente interpretazione in base a come procede il suo vissuto. all’inizio ci viene presentato come un caso di omicidio da risolvere; poi si trasforma in un’ossessiva ricerca del proprio io, visto come colpevole di qualcosa di ancora ignoto. successivamente scopriamo quello che potrebbe essere il suo effettivo significato: uno spasmodico inseguimento di un’ambizione lasciata alle spalle: quella del cinema. un sogno che condivideva con un amico poi venuto a mancare,
ed è forse proprio questo il motivo del suo tormento: konakawa si sente in colpa per aver abbandonato il proprio sogno e arriva a credersi, simbolicamente, responsabile della morte del compagno proprio per averlo lasciato solo. quel sogno, quindi, non rappresenta soltanto il rimorso per un’ambizione abbandonata, ma anche un continuo rimuginare e un incessante incolparsi per le proprie azioni passate.
un altro elemento importantissimo del film è la parata, che viene sempre accompagnata da una colonna sonora meravigliosa. all’inizio questa può sembrare una sequela di oggetti casuali, fini a se stessi; ma se la si analizza più a fondo, si scopre che (oltre a un’animazione di altissimo livello, in cui ogni singolo elemento sullo schermo sembra prendere vita) racchiude anche una profonda riflessione sulla società giapponese. vengono mostrati uomini che si lanciano da un palazzo, a indicare l’alto tasso di suicidi presente nel paese; la crescente presenza di senzatetto; il perverso voyeurismo di alcuni uomini verso delle ragazzine; la religione; una serie di elettrodomestici e oggetti elettronici come critica del consumismo; dei politici rigonfi; e molto altro.
il tutto è poi accompagnato da una componente thriller non da poco