
> "*Il tempo è un fiume che mi trascina, ma io sono il fiume"* Poeta nubivago, aspirante scrittore, aspirante regista. Per qualche strano motivo tendo sempre ad amare le domande, più che le risposte. Credo in un cinema che sappia parlare non tanto attraverso le parole, quanto più attraverso le immagini: non solo intrattenimento fine a se stesso, pura retorica o narrazione, bensì tecnica a servizio di una poetica. Il grande cinema sa essere filosofia trascritta in immagini. Cerco film capaci di trasformarsi in ricordi, sogni o visioni, opere che continuano a vivere anche quando lo schermo si spegne. Le immagini più belle nascondono, le storie migliori interrogano l’esistenza; il silenzio della contemplazione, l’inquietudine del sublime, la bellezza dell’assurdo, questo è ciò che amo. > “*Mi sembra che l'essere umano sia stato creato per vivere. Vivere nel cammino verso la verità. Ecco perché l'uomo crea. In una certa misura l'uomo crea nel cammino verso la verità. Questo è il suo modo di esistere.*” - Andrej Tarkovskij

Sole e luna, notte e giorno, yin e yang. Ciò che siamo è tanto ciò che vogliamo essere quanto ciò che non vogliamo ammettere di essere. Se le nostre qualità manifeste sembrano brillare, se tutto sembra scorrerre, non è perché ci siamo liberati delle pulsioni, degli istinti, ma perché abbiamo saputo metterci al volante ed esercitare il controllo. Ma fino a che punto ci si può davvero contenere? Fino a che punto la vita ci permette di vivere solo entro nei comodi limiti che noi stessi abbiamo circoscritto. (Amare è un bacio d'addio in un ascensore troppo stretto: saper lasciare andare pur di preservare quella purezza che temiamo possa spegnersi in noi) Non si tratta di essere rane o scorpioni: si tratta di imparare a portare il peso di entrambe le facce della medaglia.



La vera mitopoiesi americana. Tecnica applicata alla poetica, emozioni tradotte in immagini. Arte. Una creazione senza filtri, in cui l'uomo che si erge a divinità finisce per donare la sua τέχνη ma condannando se stesso a sorreggere quel peso e l'umanità intera a subirlo. Oppenheimer è umano, troppo umano, perché così *appare, *non negando gli dei o superandoli, ma assorbendone la responsabilità e il fatidico giogo. Il peso più grande sta proprio nel perseguire fino alla fine la propria volontà di potenza, ma facendo i conti con ciò che questo comporta, la rottura di un paradigma, l'affermazione di una corruzione inevitabile (non a caso, la mela avvelenata). L'uomo non soffre per l'acume in sé, non soffre per l'episodio isolato, bensì per ciò che questo comporta*, *per le estreme conseguenze dell'atto. Per il fattuale, sì, ma soprattutto per il *potenziale.* Il peso della conoscenza non si scioglie qui attraverso una lotta finale, una liberazione, una prova da attraversare, perché ciò che la vita concede non è una soluzione, è sempre una scelta (sia pure tra due mali). Un nodo gordiano ineliminabile, che non va tagliato o superato, ma interiorizzato. Tensione da spazi chiusi, comparto sonoro curato e a tratti simbolista (dal suono ritardato dell'esplosione alla colonna sonora ritmica e incessante, che ne richiama il ticchettio costante, come l'orologio della vita e della morte, che su chiunque incombe). Ciò che si ricorda a visione conclusa non sono parole scollate dallo schermo o monologhi fini a se stessi, bensì inquadrature che *parlano*, tanto più silenziose quanto più colme di rumoroso significato. Probabilmente l'apice del cinema di Christopher Nolan, chissà quanto consciamente e quanto inconsciamente.