Arrival
“Come si comporterebbe un uomo, se dovesse conoscere la data della propria morte e ogni singolo avvenimento che porta ad essa? Cosa farebbe nel momento in cui saprebbe qual è il suo destino ultimo?” Questo è uno dei numerosi interrogativi che Arrival di Denis Villeneuve ci pone, dandoci inoltre una personale risposta. Il film del regista canadese racconta la vita della linguista Louise, destinata a cambiare per sempre nel momento in cui 12 astronavi aliene arriveranno sulla Terra e la scienziata verrà scelta dal governo americano per comunicare con gli Eptapodi, esseri capaci di scrivere utilizzando un linguaggio palindromo: simboli circolari leggibili in entrambi i versi. Partendo da questa fantascientifica premessa, Denis Villeneuve ci presenta la storia di una donna che tramite l’uso del linguaggio riesce a salvare il mondo. E a raccontarlo così sembrerà banale. Ma l’idea di fondo del film ci vuole comunicare molto più del messaggio che il linguaggio è salvico: gli Eptapodi sono esseri sensibili, caratterizzati da un intelletto e una grande empatia. Vogliono aiutare gli umani offrendogli la loro “arma”: una lingua capace di far comprendere presente, passato e futuro. E Louise apprendendola riesce a farlo, evitando una terribile guerra. Arrival ci vuole parlare di come la comunicazione e il dialogo sia la vera potenza dell’uomo e di come la conoscenza apra la mente; e la conoscenza ci porta ad avere coscienza del tempo. Louise vede il suo futuro, sa cosa succederà. E nello splendido finale la vediamo ripercorrere una vita che non ha ancora vissuto, decidendo di non modificare nulla di una vita, che seppur dolorosa, è degna essere vissuta: Louise è cosciente dei suoi futuri dolori, della separazione dal marito e della morte della figlia; eppure accetta il suo destino, accetta la vita che è destinata a vivere. Forse è proprio la consapevolezza a portare la protagonista a non intervenire e ad accettare il destino. È qui che il film ci porta a infinite riflessioni: è giusto ciò che fa Louise? Come ci comporteremmo se ci trovassimo in una simile situazione? Siamo portati a domandarci e a dubitare, e quando un film stimola tali riflessioni non posso che trovarlo quantomeno interessante. Arrival trova la sua forza in questo e nell’interpretazione che dà del tempo. Chi conosce il proprio tempo (gli Eptapodi, Louise) si comporta con moderazione, è pervaso da una pace interiore, in forte contrapposizione con i militari e i grandi leader mondiali, che non hanno idea di cosa possa succedere. Il tempo scandisce le vite, le rende uniche: Louise non cerca di trovare più tempo per la figlia, perché il suo tempo è già determinato e l’alterazione di quest’ultimo cambierebbe la sua esistenza. Ovviamente, senza una forza visiva e di messa in scena tale il film non sarebbe ugualmente incisivo: Villeneuve ci racconta un mondo, che non è altro che il nostro, con immagini fredde. Gli Eptapodi sono invece immersi in una luce bianca, che riflette sul volto di Louise ogni qual volta comunica con loro. I colori caldi regnano invece nei flash (prima back poi forward), mostrandoci una realtà intima, permeata di dolcezza. È altrettanto impattante lo sconvolgente colpo di scena in cui scopriamo che ogni scena flashback vista in precedenza non è altro che un’immagine del futuro. E parlando di interpretazioni, Amy Adams da prova di essere una delle più grandi della sua generazione, in costante sottrazione, eppure emotivamente esplosiva. Concludo questa riflessione e recensione invitando a riflettere ogni qual volta qualcosa di così stimolante, sia emotivamente che intellettualmente ci viene proposto, nella speranza che chi guarda possa a sua volta creare.
L’arte genera creatività, non limitatevi a guardare.
#denis villeneuve#2016#oscar: miglior montaggio sonoro