Lost Highway
In questo momento non posso che esprimere un mio gran rimpianto. Rimpianto di non essermi mai immerso nella sfaccettata narrazione dell’universo di David Lynch. La sua dipartita mi ha portato qui ora, ad esprimere il sentimento profondo che questa visione mi ha trasmesso. E il pentimento per non aver esplorato la poetica di questo autore prima. Pentimento, che mi sento di abbandonare dopo la visione di quest’opera. Ed è forse in questo contrasto, in cui la tragedia della morte porta a nuova vita, che questo film mi colpisce nel profondo. E non voglio soffermarmi sullo sviluppo narrativo per raccontare questa esperienza, ma raccontare semplicemente un’emozione, un insieme di emozioni, che come il film stesso si ripetono e si susseguono l’una all’altra. Sentimenti trasmessi da immagini sconcertanti e suoni angoscianti, volti dispersi e colori taglienti. Una visione ad occhi aperti della dualità dell’uomo, delle sue idiosincrasie, delle sue sofferenze e dei suoi desideri. Il tutto incorniciato da una potenza attoriale sconfinata: la duplice faccia di una sensualissima Patricia Arquette, che domina lo schermo con il solo sguardo; Bill Pullman e Balthazar Getty, perfetta antitesi l’uno dell’altro; per non parlare di Robert Blake, un incubo in movimento. Una commistione di grandi suggestioni, trasmesse da personaggi infinitamente profondi, scenografie dalla “doppia faccia” a loro volta e una colonna sonora immensa. Concepire un’opera del genere, il cui fulcro risiede nella ciclicità della vita e il rincorrere per “strade perdute” la versione più bella, più attraente, più perfetta che mai potremmo trovare in noi stessi, dimostra la passione di un autore che forse ci ha lasciato troppo presto. Forse Lynch avrebbe voluto, così come Fred, rivivere ogni volta il suo tempo; e viverlo ogni volta con occhi diversi, magici e intrisi di fantasia.
#1997#david lynch