Pulp Fiction
Quentin Tarantino è banalmente uno dei miei registi preferiti. Ogni suo film mi sconvolge e ogni volta le ragioni sono diverse. Con Pulp Fiction riesce a catturare il mio interesse principalmente per la struttura in cui le molteplici storie sono organizzate. Un gioco di montaggio e punti di vista a dir poco sublime. Ed è questo che per me rende il film unico nel suo genere. Le vicende raccontate ruotano intorno alla figura del gangster Marcelus Wallace (Ving Rhimes), che impariamo lentamente a conoscere senza mai vederlo in volto fino al momento in cui non diventa parte delle vicende in maniera sostanzialmente causale. E la casualità è un elemento fondamentale del film: il caso è parte della vita o è forse un potere superiore a volere determinate cose? La domanda è posta in maniera splendida nel segmento conclusivo, in cui Jules (Samuel L. Jackson) si interroga sul versetto della Bibbia che recita alle sue vittime: il destino delle persone merita di essere nelle sue mani o è lui stesso ad essere nelle mani di qualcuno di più in alto di lui? Ed è sempre per caso che Vincent Vega (John Travolta) spara un colpo di pistola che porterà lui e il suo collega a dover rimediare all'errore ripulendo le tracce. Memorabili le battute di quasi tutta la pellicola, sin dalla prima visione. Dalle sequenze con la favolosa Mia Wallace (Uma Thurman), alle grottesche peripezie del pugile Batch (Bruce Willis) e di Marcelus, nell'affrontare degli improbabili avversari per il possente criminale. Una tensione imperante, fatta di primi piani che valgono più di mille parole e monologhi ispirati, diventati storia del cinema. Una storia di vizi, di destino, di desideri irraggiungibili che lascia sbalorditi per quanto racconta con apparente semplicità una società come quella americana. Non mi sento all'altezza di dire altro, principalmente per paura di sovraletture errate, ma non posso non pensare a quanto mi abbia colpito la visione.
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