Sentimental Value
Merita l'Oscar come miglior film del 2025.
Un esempio perfetto della cinematografia scandinava, che spesso riesce a raccontare al meglio le insidie della psiche intricata e complicata dell'essere umano quando non manca nulla, oltre al calore umano. In una società che affronta così apertamente la crisi depressiva che la affligge, il tema della depressione e del suicidio diventano un non detto che fa da sottofondo allo sviluppo dell'intera storia.
Sì, perché di depressione in realtà non si parla mai nel film ma è impossibile non trovarne gli strascichi in ogni angolo della vita di Nora, dall'attacco di panico quasi buffo alla prima dello spettacolo, alla mancanza di un desiderio personale che non sia subordinato alla sorella. La descrizione dell'episodio depressivo è così sottile ma accurata: può passare inosservata ad un occhio non attento ma chi ne ha fatto esperienza non può che notare tutti i piccoli dettagli che compongono la sequenza, a cui non servono gesti estremi per dimostrare la ricaduta di Nora.
La casa è la metafora perfetta della vita per come la vede Nora: un po' sbilenca e che a causa di qualche difetto durante la costruzione va inevitabilmente verso il crollo, lento ma costante. Ma è sempre in quella metafora della casa che viene presentata un'altra visione molto diversa della vita che Nora ci presenta: una casa vissuta, anche se incasinata, rumorosa, sballottata, è comunque una casa felice, mentre la tristezza arriva quando questo caos cessa e subentrano il silenzio e la solitudine.
Il suicidio è invece il filo conduttore di tutte le sottotrame e ce ne sono ben 3 nel film, ognuno diverso dall'altro: quello della madre di Gustav, l'unico reale e compiuto, ultimo atto di una perpetua fuga dalle torture naziste; il tentativo di Nora, sintomo della disperazione di chi si sente incompiuto e sperduto ma senza riuscire a capire cosa manchi davvero; e quello immaginario della protagonista del film di Gustav, una proiezione dei suoi sentimenti e di quelli della figlia intrecciati, definitiva privazione di chi sente di aver perso tutto e di non aver più nulla per cui vivere.
Tutti i personaggi sono perfettamente umani e è impossibile non empatizzare con i loro problemi e le loro pene: Gustav è l'uomo che insegue gli obiettivi personali per tutta la vita ma arrivato alla vecchiaia si rende conto di non avere più nulla in mano, Nora si sente smarrita, sa di non aver mai ricevuto abbastanza e crede di non aver nulla da dare alle persone che ha intorno, Agnes vede la sofferenza della sorella e vorrebbe riuscire a restituirle almeno una parte di ciò che ha ricevuto da lei. I legami interpersonali sono costruiti magistralmente (quello tra le due sorelle è a dir poco commovente) e anche i personaggi secondari contribuiscono molto a delineare la personalità dei protagonisti.
Il ritmo è lento e cadenzato fin da subito, ma nella seconda parte rallenta ancora di più per permettere allo spettatore di vivere ogni avvenimento come se fosse reale. La fotografia è semplice e essenziale ma allo stesso tempo riesce a trasmettere l'oppressione dei personaggi con la rappresentazione esclusiva di ambienti chiusi o inquadrature strette, con le poche eccezioni in cui si rappresenta un clima più disteso o spensierato come per Gustav al mare o nel campo largo del finale.
In conclusione, questo è il tipo di dramma che io apprezzo, uno che non ti prende a schiaffi in faccia per tirarti fuori le lacrime con la forza (Hamnet...), ma che bussa nel profondo e riesce a trasmettere una riflessione o un messaggio anche senza costringere alle lacrime forzate lo spettatore.
In fondo quale miglior modo di raccontare la depressione, una condizione così infida, silenziosa, che passa inosservata, se non sottovoce con un sussurro all'orecchio dell'anima?