Bugonia
Il mito della bugonia, narrato da Virgilio nel IV libro delle Georgiche, racconta la storia del pastore Aristeo, che dopo aver involontariamente causato la morte di Euridice, amata da Orfeo, viene punito: un morbo misterioso stermina tutte le sue api.
Disperato, chiede consiglio alla madre, che lo conduce dal vecchio Proteo, sapiente del mare. Solo dopo averlo catturato e costretto a parlare, Aristeo scopre la causa della sua sventura e il modo per redimersi.
Seguendo l’oracolo, sacrifica quattro buoi e quattro giovenche. Dalle carcasse in putrefazione, dopo alcuni giorni, nasce uno sciame di api, che vola a posarsi sui fiori dei campi.
Proprio nella vita che rinasce dalla morte Virgilio racchiude un profondo messaggio: la forza vitale della natura, il ciclo eterno di distruzione e rinascita, e la possibilità per l’uomo di ritrovare armonia con il mondo attraverso il sacrificio e la purificazione.
Teddy (Jesse Plemons) è un apicoltore solitario che lavora come imbustatore nella filiale di una grande azienda. Ossessionato dalle teorie di complotto secondo cui un gruppo di alieni avrebbe assunto sembianze umane con l’obiettivo di sterminare l’umanità, è certo di averne individuato un esemplare: Michelle Fuller (Emma Stone), la CEO della multinazionale farmaceutica per cui lo stesso lavora.
Teddy, convinto che la donna non sia umana, coinvolge il cugino Don (Aidan Delbis) in un piano assurdo: rapire Michelle e costringerla a confessare la propria origine aliena.
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Lanthimos torna in sala con una pellicola divisiva: dall’horror alla commedia, dal dramma al surrealismo, il regista riesce ancora una volta a coinvolgere lo spettatore rinchiudendolo in una realtà opprimente e disturbante. Come nelle sue opere precedenti la regia resta magistrale, l’ironia pungente, gli effetti sonori e la musica parlano alla pancia dello spettatore tanto quanto le inquadrature stesse.
Come in un climax la storia si apre presentando da subito i personaggi principali e le loro personalità. Agli antipodi vediamo Michelle, che nel pieno rispetto delle nostre aspettative è un personaggio terribile. Segue una dieta rigida, si sottopone ad allenamenti intensivi e, nell’ambito lavorativo, tratta male i propri dipendenti. La vediamo avere esaurimenti nervosi, fingere di non farli sentire costretti a restare oltre l’orario indicato: perchè, certo, se vogliono possono andare a casa dalle 17:30…se sono sicuri, se non sono impegnati, se scelgono di farlo.
Poi c’è Teddy. Vive da solo in una casa trascurata; sappiamo che alleva api in giardino e che sua madre è in coma, vittima di uno dei farmaci prodotti dall’azienda di Michelle.
Le differenze con la CEO sono lampanti, anche solo nell’aspetto: lei è elegante, impeccabile, sicura di sé e piena di soldi; Teddy è visibilmente disturbato. Ha un aspetto trasandato: dai vestiti ai capelli lunghi e la barba incolta. Non vive certo in una villa come Michelle, anzi, le condizioni in cui tiene la sua casa sono discutibili. Lanthimos è un maestro nel presentarci personaggi apparentemente prevedibili: ci induce a costruire una versione della storia nella nostra mente, solo per distruggerla un attimo dopo.
La crudeltà che riscontriamo nel personaggio della Stone (anche grazie alla sua notevole performance) ci è così familiare, così vicina alla nostra idea di umanità, che finiamo per crederla indubbiamente umana. Non ci viene neppure in mente che Teddy possa avere ragione. Lui è un pazzo, un disturbato, segnato dalla situazione della madre e probabilmente da un passato di violenze (come ci suggerisce il personaggio del poliziotto). L’idea che Michelle possa davvero essere un’aliena non ci sfiora: il suo lato oscuro, profondamente umano, è talmente convincente da prevalere sulla stranezza che, razionalmente, il suo comportamento durante il rapimento avrebbe dovuto suscitare.
Perchè sì, Michelle è una donna forte, laureata in psicologia, apparentemente padrona di sé, ma chi, umanamente, in una situazione simile riuscirebbe davvero a mantenere quella calma, quel controllo?
Teddy è fermamente convinto delle sue idee. Oltre a rapire Michelle arriva a raderle i capelli, a torturarla, a minacciarla, addirittura somministra a sua madre dell’antigelo, tutto perché sicuro di ciò in cui crede.
Segue Michelle nel suo ufficio, dove lei gli promette di portarlo sulla sua astronave madre. Indossando una bomba artigianale ‘per precauzione’, segue le istruzioni della donna e si chiude nel suo armadio pronto per il teletrasporto. Michelle conta fino a tre e poi…un’esplosione. E la testa di Teddy che vola via dal suo corpo.
Ammetto che, appena vista la scena, ero confusa.
E’ stata Michelle a farlo esplodere? L’ha manipolato fino alla fine? Oppure è stata l’ultima manifestazione della follia dell’uomo? Forse, dopo tutto ciò che aveva fatto, dopo tutto il valore che aveva dato alle sue convinzioni, non avrebbe potuto sopportare scoprire che non erano vere. Alla fine cosa gli sarebbe rimasto? Don era morto, sua madre pure e anche le sue api stavano facendo la stessa fine.
Seguendo sempre la logica del climax il film esplode quando meno te lo aspetti in scene splatter, caotiche, assurde, giungendo a un finale, a parer mio, brillante.
E’ ironico, divertente e allo stesso tempo struggente, scoraggiante. Lanthimos, attraverso la sua solita combinazione di satira e surrealismo, chiude il film con la fine dell’umanità.
Il regista si ispira al racconto di Virgilio, ma la sua visione è infinitamente più pessimistica: dalla morte non rinasce la vita. Che l’uomo sia razionale (e dunque crudele) o consapevole (e quindi folle), in entrambi i casi non può fare altro che portare distruzione. Per il genere umano non c’è speranza.
Riprendendo le parole di Harry in Povere creature: “We are a fucked species.”
L’unica speranza di rinascita, per Lanthimos, è nel ritorno alla natura stessa, ma solo in assenza dell’uomo, essere per sua natura irrimediabilmente distruttivo.
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