Mank
C’e poco romanticismo e la nostalgia è una sfarzosa facciata di una realtà spietata nell’ultimo (capo)lavoro di David Fincher, dove viene narrata la problematica vita personale e lavorativa di Herman J. Mankiewicz , sceneggiatore del capolavoro assoluto e seminale di Orson Welles “Quarto Potere”. La lente di ingrandimento è posta sul travagliato sviluppo del film in una narrazione che ondeggia tra due linee temporali, dove assistiamo al fuoco incrociato di forti personalità politiche e cinematografiche. Nonostante Fincher abbia adattato e continuato una sceneggiatura iniziata dal padre Jack negli anni 90, non ci sono sentimentalismi, anzi l’intera pellicola, così come lo stesso Mank (interpretato magnificamente da un Gary Oldman con la nomination e,perché no, la vittoria già in tasca), è caratterizzata da un fascino cinico ed iconoclasta, che mette in dubbio e in alcuni casi non risparmia un colpo nei confronti di grosse figure che hanno fatto la storia dell’industria. Nemmeno il protagonista però sfugge all’inevitabile “guardata allo specchio”, che non è necessariamente un giudizio, dove in ogni caso viene mostrata la sua natura autodistruttiva. Esteticamente il film riesce a mescolare le trovate registiche di Welles con un “visual flare” moderno senza inciampi o elementi stridenti, così come montaggio, missaggio sonoro e colonna sonora si adeguano perfettamente lasciando però un segno riconoscibile senza perdersi nella mera citazione tecnica. Potrei stare qui a tessere le mille lodi al comparto tecnico o al cast di supporto (in entrambi i casi meritatissime) ma faccio prima a invitarvi ad accedere sul vostro account Netflix ed essere testimoni di un’opera storica e senza tempo.