Poor Things
Una storia a lieto fine. Povere Creature è una fiaba, squisita e rigenerante sulla libertà e la liberazione di se. Un’opera sull’ egoismo, se per un attimo facciamo finta che la presa di coscienza del proprio corpo e del proprio spirito da parte di una donna sia un gesto egoista. Ovviamente non lo è, ma la buona società, dentro e fuori dal film, questa cosa non la sa e persevera, indipendentemente dal momento storico, con le sue bacchettate, ipocrisie, capricci e prigionie, facendo finta che l’affermazione del proprio piacere, fisico ed intellettuale, sia in qualche modo un gesto egoista. Ed è qui che Povere Creature diventa il film libertino che scuote quella stessa industria sempre più pudica e conservatrice che veste il progresso come una maschera di carnevale: il film di Yorgos Lanthimos usa la provocazione come incipit e trasforma un percorso narrativo molto elementare (una coming of age story) in un’acuta argomentazione che tocca le inibizioni più profonde, cosicché i plausi, i lustri e i premi non sono più riconoscimenti formali, ma un ringraziamento sentito da parte di tutte quelle persone che hanno visto, non solo sentito o letto, il piacere liberatorio della propria affermazione attraverso le immagini più grottesche e sublimi, dove un furioso sobbalzo diventa la miccia che accenderà il fuoco che brucerà le ipocrisie sistemiche. Ovviamente, per quanto mi possa lasciare andare a plausi sfrenati e incontrollati, c’è una verità di fondo che rende Povere Creature una delle opere seminali di questa decade che già si avvicina alla metà: oltre a costruire maniacalmente una protagonista immediatamente iconica e simbolica come Bella Baxter, Emma Stone, come fu Maria Falconetti per Dreyer un secolo fa, diventa un punto di vista, un ritmo, una protagonista ed un’astrazione teorica tutti in uno, disorientando, coinvolgendo e guidando lo spettatore che immediatamente non può far altro che connettersi con questa surreale ed extra corporea esperienza. Da lei si ramificano tutti gli eventi e i comprimari, i quali non si fanno timidi davanti alla grandezza della protagonista e tirano fuori lavori antologici per le loro carriere: impossibile non lodare Ruffalo e Dafoe, distruttori dei loro stessi istrionismi che non perdono mai il gusto del “fare i mattatori” che ha contraddistinto decadi di carriera per entrambi, dove Ruffalo, ironicamente, trova il suo risveglio attoriale in un personaggio costantemente sedato dalla boria e dalla maschile vanità, un romantico maniaco del controllo destinato a scivolare e inciampare sulle bucce di banana del suo fallimento come uomo e come amante. Sicuramente si potrà fare il pelo a vari tipi di derivazione che ammantano l’estetica e la retorica del film, ma perché continuare ad inibire la curiosità in nome di uno “spirito critico d’opposizione” che altro non è che un puerile capriccio? Godete ed inebriatevi di questo film prima che qualcuno inizi una crociata sul perché sia sopravvalutato, sia un manifesto, sia frivolo e fricchettone o altre pochezze del genere.