Watchmen
Faccio uno strappo alla regola e recensisco una serie,solo perché si tratta della mia preferita del 2019 (e anche perché probabilmente non ci sarà una seconda stagione). Watchmen di Damon Lindelof è un’opera sperimentale che si tuffa nella cross-medialità cercando ti portare sul piccolo schermo un vero e proprio seguito della graphic novel di Alan Moore e Dave Gibbons del 1986. In nove puntate dalla durata di un’ora circa ciascuno (che quasi vanno a formare un unico grande film di nove ore) Lindelof interseca vicende di personaggi vecchi e nuovi attraverso eventi realmente accaduti e ucronie del presente, caratterizza ogni protagonista attraverso riprese intime e mai spettacolari, dove i dialoghi fungono da accompagnamento per le stellari performances (le standout le troviamo in Regina King, Jeremy Irons,Yahya Abdul Mateen II e Jean Smart). La narrativa è strana,intrecciata,fortemente politica ma mai confusionaria, poiché ogni puntata lascia diversi indizi che riconducono a diversi colpi di scena,uno più sofisticato e soddisfacente dell’altro. I temi affrontati vengono riassunti in una continuazione dei discorsi affrontati da Moore nella graphic novel, ovvero la totale decostruzione dell’eroe mascherato e del suo ruolo ipotetico in una società reale, riflessioni su paure e maschere, uomini e dei, inizi e conclusioni, spazio e tempo, ordine e caos,tutte raccolte in una storia corale dalla conclusione intima ed emozionante.