Dogman
9.5/10
Dogman è un'opera meravigliosa di Matteo Garrone, autore affermato e vincitore di diversi premi a livello nazionale tra cui David di Donatello e Nastro d'Argento. Il film è ispirato alla vicenda del Canaro, Pietro de Negri, che viene interpretato da un magnifico Marcello Fonte, uomo piccolo e mite che nella sua vita si dedica alla toelettatura per cani, il suo lavoro, e a mantenere un buon rapporto con la figlia e i vicini, che vive un ambiguo rapporto di sudditanza con Simone per quanto riguarda lo spaccio della cocaina, pugile dilettante, interpretato bene da un possente Edoardo Pesce, che semina terrore nel quartiere e risolve tutto con la violenza e la prepotenza, seguendo la crudele legge del più forte. L'episodio chiave è l'insistenza di Simone nel creare un buco al muro per creare un ponte di comunicazione con il Porta Oro accanto per svaligiarlo; Marcello, per quanto piccolo e indifeso, non riesce a imporsi e cade nelle minacce del violento Simone, e per la sua totale mancanza di personalità e soggezione nei confronti dell'amico approfittatore sconta un anno in carcere. Dopo essere rientrato, sembra cambiato, rinvigorito, caratterialmente più forte, tanto da chiedere faccia e faccia al "padrone" per cui si è fatto un anno di reclusione i 10.000€ che avanzano, spesi tutti per una nuova motocicletta, sprangata a seguito della feroce rabbia e delusione che prova nei confronti di Simone. Il giorno dopo viene umiliato pubblicamente dallo stesso, senza che nessuno abbia minimamente provato a difenderlo, sia per la paura che per essere stato un traditore e aver avuto cieca fedeltà nei confronti di qualcuno che evidentemente non la meritava. Nella parte finale poi Marcello medita vendetta, disumana è dire poco, di una cattiveria senza eguali, un vero e proprio rovesciamento della caratterizzazione del personaggio, che da vittima diventa carnefice.
Come detto prima le interpretazioni degli attori sono incredibili, su tutte quella di Marcello Fonte, un volto che a primo impatto sembra amico ma che una volta che discende negli abissi della violenza e dell'efferatezza stimola un senso di disagio allo spettatore, alla continua ricerca di approvazione e in costante dipendenza degli altri, motivo per cui vive, emblematico il finale sognante in cui si siede con il morto nel tentativo di attirare l'attenzione e riconciliare i rapporti con una gente che ormai lo emargina e lo ignora totalmente, il vero e proprio antagonista del film, nelle scelte e nella debolezza.
La regia di Garrone è poi cruda e distaccata in un certo senso dalla vicenda principale, preferendo mettere in scena una Roma degradata e post-apocalittica, un quartiere periferico desolato e fangoso, dove l'unica certezza a regnare è la forza dell'individuo, una sorta di realismo astratto in cui è presente l'influenza di Fellini, sfondo di un "western urbano" in cui a giocare un ruolo fondamentale sono i silenzi e l'analisi della psicologia manipolata e contorta di Marcello. Il film tratta temi cupi come la servitù volontaria, la sopraffazione, la paura della solitudine e il necessario bisogno di compagnia, e la perdita dell'innocenza, argomenti che lo rendono universale e da cui ne scaturiscono infiniti punti di riflessione. È poi essenziale spendere due parole sulla simbologia del cane, che in un certo modo rappresenta l'anima del protagonista: una creatura mite e fedele costretta per dignità a trasformarsi in una belva feroce, una natura ibrida e contraddittoria che riflette efficacemente quello che è Marcello.
La fotografia di Nicolai Brüel è poi fondamentale per creare un'atmosfera sospesa tra realismo crudo a noir favolistico: attraverso colori desaturati e tonalità cupe e nebbiose, viene trasmessa la malinconia e la violenza interiore dei personaggi, risaltando in primo piano la fragilità di Marcello e la bestialità di Simoncino, per poi spegnersi completamente e trasformarsi in una luce fredda e glaciale, quasi spenta, per sancire la solitudine e la perdita di umanità.
Dogman è quindi un film imperdibile ed essenziale nel cinema moderno italiano, che abbandona qualsiasi tipo di cliché e non si limita a raccontare un fatto di cronaca da semplice mestierante, che grazie all'audacia registica di Garrone si trasforma in una profonda analisi antropologica sulla bestialità umana e sulla perdita della dignità. Imperdibile.