Ghost in the Shell
30 anni… questa pellicola ha 30 anni.
Il mio amore per il cinema di Oshii non ha confini e questo é l’ennesimo suo capolavoro (che nella lista ho messo terzo tra i miei preferiti, ma che non vuol dire che non consideri una pellicola perfetta anzi). Per quanto a me il concetto di voto ad un’opera d’arte faccia schifo (motivo per cui non do mai un voto, ma solo un valore indicativo ovvero le stelle piene ed eventualmente il cuore come in questo caso), in una scala da 1 a 10 ghost in the shell meriterebbe un 11, facciamo anche un 13.
Quando una visione ti obbliga a riflettere per ore su quello che hai appena visto, ti mette questo senso di angoscia interiore nel realizzare che usati cyborg non sono nient’altro che il parallelismo per l’essere umano in quanto tale e questa non é nient’altro che una critica proprio ad esso.
“Chi sei? Da dove vieni? Puoi provare la tua esistenza?” Cosa ci differenzia da questi cyborg? Cosa ci rende migliori, se effettivamente possiamo essere considerati tali?
Una delle mie sequenze preferite nella storia del cinema è quando Motoko si immerge in questo profondo oceano nero e risale poi in superficie, in un disegno che ricorda tantissimo il bacio dell’uovo dell’angelo ma al contrario, dominata dall’arancione del tramonto. Perché un cyborg dovrebbe immergersi in questo oceano? Perché ritrova se stessa, perché per quei pochi secondi (che sia a causa della pressione o dell’ossigeno poco importa) lei si sente libera, libera di andare oltre quel famoso specchio, libera di provare quel senso di angoscia in mezzo al niente e al rischio di morire per poi sostituirlo con l’emozione di “baciare” il proprio riflesso riemergendo (tanto c’é Batou che non esiterebbe un secondo a buttarsi nel caso andasse storto no?) e rimanere lì ferma a fissare questo meraviglioso cielo arancione.
Mi dispiace tanto per lo spazzino, che l’unico momento di felicità che ha provato é stato costruito su una realtà fallace, con un ricordo che non é mai esistito e in quella foto dove l’unico elemento oltre a lui é il famoso cane di Oshii che ritroveremo di qui fino a tutto il resto della sua filmografia; e ciò che rimane é una vita di rimpianti, perché quei ricordi e quella foto se pur finti erano l’unica cosa a cui poteva aggrapparsi in quel buio e sporco appartamento.
Molti giustamente vedranno nel finale un momento di perfezionamento che per noi risulterebbe impossibile, ma se invece questo fosse un urlo disperato del nostro regista dove non sono solo due macchine che diventano perfette, ma due persone, o meglio una, che trova quell’umanità, quella purezza, che in un mondo di “bestie” (poi va beh, qui in teoria sono cyborgs, ma voglio vedere oltre questo “guscio di titanio”) ormai non si trova più. Forse in tutto il pessimismo di Oshii, che inizia già da Beautiful Dreamer e che sfocia in picchi nell’uovo dell’angelo, Red spectacles e Garm Wars, per una volta viene sostituito da una tenue speranza che l’uomo riesca a fare quell’unione dentro di se che Motoko e il puppet master hanno fatto
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