Beach Rats
Beach Rats è un film che avrebbe tranquillamente potuto essere stato prodotto in Giappone.
Mi spiego meglio: i ritmi narrativi, le scelte di regia, i movimenti di camera, il sonoro, rimandano ad un film orientale.
Prevale il silenzio, i dialoghi sono molto ridotti.
Le inquadrature sono statiche, spesso c’è un filtro alla camera che spegne i colori rendendo il tutto più grigio, la colonna sonora è praticamente assente.
Tutto è ripreso con ordine e semplicità, ma non per questo la storia è noiosa o banale.
Il protagonista sta vivendo un’adolescenza travagliata, tra lutti in famiglia, abuso di droghe e amicizie al limite. Quando si aggiunge il dubbio sulla propria identità sessuale, la situazione non può che peggiorare.
Questo non è un film a lieto fine, il protagonista non riesce ad accettarsi, la storia è tragica, come la vita di tante persone nella sua stessa condizione.
Perché “se due donne si baciano, è eccitante, si può fare… se due uomini si baciano è solo gay”.
Un punto di vista forte ma reale, che racconta la società in poche parole.
Il film è completamente incentrato su questo, sulla difficoltà che un ragazzo ha ad accettarsi.
Dice di non amare gli uomini ma ci va a letto, ha invece una fidanzata ma non riesce a rimanere eccitato con lei. Si vergogna di essere così com’è ma non può fare a meno di esserlo, nascondendosi dietro un pc al buio, in camera sua, con un cappello in testa, navigando su siti di incontri gay per non cadere nella noia della vita.
È un personaggio dalla psicologia così complessa, che nemmeno a fine film lo si riesce a capire completamente. Ed essendo egli la colonna portante del film, è assolutamente un pro che sia costruito così bene, grazie a un sapiente sceneggiatore e ad un bravissimo attore.
Il contrasto poi tra il travaglio del protagonista e la staticità della regia esalta ancora di più la storia, coinvolgendo lo spettatore per tutta la durata.
Beach Rats se vogliamo è un po’ il Call me by your name in negativo. L’atmosfera solare italiana diventa il grigio di Brooklyn, il rapporto positivo con i genitori e gli amici si trasforma in problemi con gli altri e con se stessi, infine l’amore per Oliver qui è solo un amore egoista per la propria maschera che ognuno porta, che non vuole abbandonare perché sa che sarà difficile e faticoso il percorso senza di essa.
Un piccolo capolavoro.