Corpo Celeste
Marta, tenera carne, piomba a Reggio Calabria, una realtà che la regista dipinge usando tutta la scala di grigi: grigio chiaro la catechista, incapace di svolgere il ruolo di guida spirituale, di rispondere alle vere domande di fede dei ragazzini, ingenua serva di una chiesa che non sa dialogare coi giovani se non con mantra ipnotici e formule di cui non si sa altro che il ritmo al quale le si devono recitare; grigio scuro è Don Mario, prete faccendiere che non sa più come ci s'inchina dinanzi al crocefisso e aspetta solo la scalata clericale; quasi nero è l'aiutante di Don Mario, figura tutt'altro che spirituale, vicino tanto alla parrocchia, quanto alla bestialità, con cui sia Don Mario che la catechista convivono impassibili. È bianco il prete del borgo abbandonato, che sembra star meglio nel silenzio della solitudine che nel baccano della comunità, connivente con la bruttezza, materiale e spirituale, di una città brulla e indifferente, ma che incede ciecamente in virtù della fede, della vita eterna. Marta vede tutto questo grigiore, cerca di immaginare colori diversi, ma, disorientata, inciampa, si rialza, e inciampa nuovamente: questa è la crescita, ancor più difficile se intorno si hanno grigi piuttosto che colori brillanti. Nonostante tutto, trova il modo, il modo di vedere la brillantezza quando tutto sembra grigio e morente. Un'abilità tipica dell'infanzia che, ahimè, sembra svanire nel corso degli anni. Cerchiamo di ricordarci come scorgere il bello nel brutto, ce n'è di bisogno.