Queer
il romanzo queer di burroughs è sicuramente uno dei pezzi di letteratura più deliranti su cui abbia mai poggiato l’occhio, che si fonda sull’accostamento tra psichedelia e complessità della mente umana. Cosa ricercavo nell’adattamento di Guadagnino? Niente più di un ritratto fedele dell’intimità descritta come tanto fuggevole e dell’isolamento che arriva a diventare soffocante. Ebbene, il terzo atto mi ha eccezionalmente donato qualcosa oltre qualsiasi previsione avessi cercato di formulare. L’opacità; l’alienazione; la coesistenza tra cinismo ed il martellante tentativo di portare lo spettatore a simpatizzare con Lee, per giungere alla tensione culminante con la comprensione che l’affamato anelare del protagonista non verrà mai soddisfatto. Il quadro surrealista, meravigliosamente deprimente, della disperata ricerca di un contatto telepatico tramite l’Ayahuasca che non riesce ad essere rinvenuto come immaginato, messo in pratica dalla fusione dei corpi che finisce per tramutarsi in una fuga reale e simbolica, riesce ad essere fedele al romanzo e viaggiare tra le viscere di chi guarda pronto a stringerle e strapparle via. L’epifania che è stato Allerton, dunque, trasforma l’ossessione del desiderio di Lee in eterna solitudine, in una fine penosa, che non riesce ad essere catartica. Guadagnino, ti ringrazio per essere riuscito a creare (anche grazie all’utilizzo di una fotografia geniale, eccessivamente realista, che rende tutto il film una rappresentazione irreale, quasi onirica) un tale capolavoro, riuscito a saziare i miei ultimi due mesi di lettura e rilettura di una follia febbrile.