
***Sorrentino non avrebbe fatto ciak migliore ***prima o poi utilizzerò questa piattaforma seriamente

Non ho mai negato l'impatto del cosiddetto cinema estremo: Gummo, ad esempio l'ho apprezzato nella sua lucida schiettezza, descrivendo in maniera quasi documentaristica le comunità americane post-Katrina. Pink Flamingos purtroppo supera l'uso dell'oscenità come strumento narrativo per spiegare il caos, diventando solo una spirale di rappresentazione grafica di misoginia e violenza come fetish. Vorrei pretendere anche io che questo scenografico viaggio nei taboo sia in qualche modo l'apice della queer art di genere camp, come viene ampiamente descritta, ma da persona queer mi sento quasi di dissocciarmi da chi di questo film ne fa un manifesto della comunità. Non tutte le storie devono essere facili, il grottesco ci mette davanti a scene indigeste e macabre facendoci comprendere l'impatto delle realtà nascoste che spesso ignoriamo. Alla fine di Pink Flamingos rimane solo ,però,un' opera profondamente radicata negli stereotipi anni '80 quali i queer come persone profondamente perverse. Mi rammarica che qualcuno possa offrire questo cinema come qualcosa di edgy, quando non fa che fomentare bizzarri fetish legati alla visione della donna, ridotta qua ad una barzelletta. Le scene non ti mettono davanti a nessuna realtà scomoda, ma fanno della violenza grafica una spassosa battuta che sembra mettere in cattiva luce chi non la comprende. L'amore per sta robaccia non vi rende cinefili queer speciali, ma solo fetistici e usfruitori della decadenza femminile. Chi ama Pink Flamingos non lo capisce.

*Old boy *è l’apice di quel genere di cinema che ti entra nel cervello e lo modifica. Non è solo il colpo di scena finale, ma la costruzione di qualcosa di terribile che sta per avvenire, è preannunciato, ma tu non riesci a mettere insieme i pezzi proprio come il protagonista. Non è una visione semplice, bisogna comprenderlo, sviscerarlo per connettere i puntini e rispondere alle domande che assordano le tue orecchie alla fine del film. E comprendere che la vera vendetta non è quella di Dae-su, che dura solo 5 giorni, ma quella di Lee Woo-Jin che costruisce in 20 anni. Narrazione che ti infesta, incesto, violenza. Personaggi cui le scelte non sono chiare fino al finale dove tutto sembra arrivare al capolinea, che ti lascia però spaventato, perché sapere che il male esiste solo nel cervello del protagonista, che dimenticare non è possibile, è assolutamente terrificante. Uno spiraglio di taboo che ti chiedi come siano potuti essere concepiti. L’unica pecca probabilmente sono le scene finali, che nel tentativo di lasciare domande filosofiche si perdono negli artificiosi buchi di trama che forse possono essere disposti analizzando il film. Rimane comunque un solido e dinamico film thriller e giallo.


Non hO idea del perché a momenti alterni si mettessero a ballare però CAPOLAVORO pure cinema