
Criterio di votazione: ⭐️ = molto brutto ⭐️⭐️ = average/bruttino ⭐️⭐️⭐️ = carino/buon film ⭐️⭐️⭐️⭐️ = ottimo film/film solido ⭐️⭐️⭐️⭐️⭐️ = capolavoro/top tier

“The Night of the Hunter - La morte corre sul fiume” è l’ unico lungometraggio diretto dall’attore Charles Laughton. Tratto dall'omonimo romanzo di Davis Grubb, il film fu un colossale flop commerciale nel 1955. Il fallimento fu così devastante che Charles Laughton, ferito dalla reazione del pubblico, decise di non dirigere mai più un altro film in tutta la sua vita. L'opera è stata completamente rivalutata decenni dopo, venendo inserita nel registro della Biblioteca del Congresso americano tra le pellicole da preservare. • I TRUCCHI PROSPETTICI DI LAUGHTON: Per risparmiare sul budget e mantenere lo stile surreale, Laughton usò attori affetti da nanismo su cavalli in miniatura per girare le inquadrature sullo sfondo, ingannando l'occhio dello spettatore e facendo apparire Harry Powell molto più distante di quanto non fosse in realtà. • LILLIAN GISH E IL CINEMA MUTO: Per il ruolo della salvatrice dei bambini, Rachel Cooper, Laughton scelse Lillian Gish, la più grande star dell'era del cinema muto americano. Il regista voleva che la sua presenza portasse nel film la purezza e la morale del cinema delle origini. • LA RABBIA DI ROBERT MITCHUM: Mitchum desiderava disperatamente questo ruolo. Quando Laughton gli tese un tranello per testare il suo temperamento dicendogli che il personaggio era "un vero mostro", Mitchum rispose con entusiasmo. Sul set, la sua interpretazione fu così viscerale che spaventò realmente i piccoli attori protagonisti. TRAMA: La trama segue i piccoli John e Pearl, custodi del segreto sul luogo in cui il padre defunto ha nascosto un bottino da diecimila dollari. Sulle loro tracce si mette il folle e sadico predicatore Harry Powell, che sposa la loro madre vedova al solo scopo di scovare il denaro, costringendo i bambini a una disperata fuga lungo il fiume. REGIA E MONTAGGIO: La direzione di Charles Laughton è un compendio di audacia visiva. Il regista rifiuta i canoni della Hollywood classica per abbracciare un'estetica teatrale, geometrica e simbolica. Accanto ai contrasti espressionisti, Laughton fa un uso mirato di inquadrature zenitali e riprese a volo d'uccello. Queste inquadrature altissime ed aeree richiamano alla mente la celeberrima sequenza d'apertura dello “Shining”, che il maestro Stanley Kubrick utilizzerà magistralmente circa venticinque anni dopo, un espediente visivo totale per isolare lo spettatore, staccarlo dalla terra e fargli sperimentare la stessa identica ansia e claustrofobia ambientale vissuta dai giovani protagonisti, braccati in un mondo in cui ogni via di fuga sembra rimpicciolirsi. Il montaggio lavora con un ritmo sospeso e ipnotico, dividendo nettamente il film in due atti: il claustrofobico noir domestico della prima parte e la svolta radicale della seconda. Laughton unisce le inquadrature non per logica geografica, ma per assonanza emotiva, creando una suspense che cresce sottopelle attraverso il contrasto tra la staticità della minaccia e il movimento disperato della fuga. SCENEGGIATURA: Firmata formalmente dal celebre scrittore James Agee (ma ampiamente riscritta sul set dallo stesso Laughton), la sceneggiatura compie un'operazione psicologica devastante. Il testo scava nei recessi più bui della mente umana, affrontando il tema del fanatismo religioso, dell’innocenza e della manipolazione psicologica con un cinismo spaventoso per gli anni '50. La scrittura si muove magnificamente sul tema dell’apparenza, edificando un castello di specchi in cui la parola divina viene costantemente distorta per giustificare la violenza. Il dubbio e l'avidità corrodono la comunità rurale, trasformando la narrazione in un meccanismo spietato in cui l'innocenza viene sistematicamente braccata dal male. CAST: Il cast offre interpretazioni leggendarie, dominate da un Robert Mitchum in uno stato di grazia spaventoso. Il suo Harry Powell è un antieroe magnetico, capace di oscillare tra la farsa grottesca e il terrore puro. Accanto a lui, Shelley Winters (la madre Willa) è straordinaria nel dare corpo alla fragilità di una donna manipolata e sottomessa, la cui sfortuna culmina in una delle sequenze visivamente più potenti del film. Lillian Gish porta sullo schermo una forza d'altri tempi, diventando l'unica vera barriera morale contro il predicatore. Una menzione d'onore va ai due bambini, capaci di restituire un senso di tragicità e smarrimento reale, privo di qualsiasi parvenza di recitazione accademica. SOUND DESIGN: Il comparto sonoro lavora magnificamente sul contrasto e sulla dissociazione. La colonna sonora di Walter Schumann mescola ninne nanne infantili a improvvisi accordi espressionisti e distorti che amplificano l'angoscia.Il vero colpo di genio risiede nell'uso dei canti religiosi: quando Harry Powell intona l'inno Leaning on the Everlasting Arms, la sua voce diventa un elemento ansiogeno e disturbante, un rumore di fondo che annuncia l'arrivo della morte. Il sound design isola i rumori della natura nella seconda parte — il gracidare delle rane, lo scorrere dell'acqua — trasformando il silenzio del fiume in un vuoto claustrofobico in cui l'eco della minaccia non si spegne mai. FOTOGRAFIA: La fotografia in bianco e nero di Stanley Cortez è uno dei miracoli visivi della storia del cinema. Cortez abbandona il realismo per abbracciare in modo totale le atmosfere dell'espressionismo tedesco degli anni '20. I contrasti sono netti, violenti, privi di sfumature grigie. Le luci tagliano le stanze come lame, e le inquadrature degli interni ricordano le scenografie geometriche di “Il gabinetto del dottor Caligari”. La celeberrima inquadratura subacquea di Shelley Winters sul fondo del fiume, con i capelli che fluttuano come alghe insieme alle piante acquatiche, è un momento di cinema antologico, una composizione pittorica di una bellezza gotica e spettrale che toglie il fiato. CONCLUSIONI: Il finale del film suggella l'opera non solo come un saggio sulla manipolazione, ma come una profonda e potente riflessione sul contrasto insanabile tra il mondo dei bambini e quello degli adulti. Gli adulti si rivelano figure deboli, cieche o mostruose; i bambini sono i veri custodi di una resilienza pura, capaci di attraversare l'inferno e uscirne intatti. In sintesi, “The Night of the Hunter - La morte corre sul fiume” è un film immenso. Nella prima parte gioca con l'apparente dualismo di Harry Powell: un uomo che a primo acchito sembra un gentleman devoto, ma che sotto il velo della fede nasconde un sadismo spietato, modellando la religione in odio puro. Le scritte tatuate sulle sue mani, LOVE e HATE, sono la perfetta rappresentazione della contraddizione umana: tutti gli esseri umani sono accomunati e contesi da queste due forze opposte. Nella seconda parte, l'opera compie un salto quantico abbracciando uno stile fiabesco e surreale, visto attraverso gli occhi dei bambini.

Presentato in anteprima speciale al New York Film Festival, “Marty Supreme” rappresenta il ritorno di Josh Safdie a quel cinema nevrotico, urbano e iperattivo che lo ha reso celebre. Il film è liberamente ispirato alla biografia romanzata del campione di ping pong Marty Reisman, un funambolo della racchetta che negli anni '50 e '60 divenne una vera icona pop delle scommesse e dei tornei internazionali. • LE ORIGINI DEL PROGETTO: Il film è nato da un'ossessione che Josh Safdie coltivava fin dal 2018, anno in cui ricevette in regalo una copia dell'autobiografia di Reisman del 1974, intitolata The Money Player. Safdie ha impiegato anni a plasmarla per farla rientrare nella sua poetica degli antieroi disperati. • L’ ALLENAMENTO DI CHALAMET: Timothée Chalamet, che figura anche tra i produttori della pellicola, si è sottoposto a mesi di allenamento intensivo e maniacale per imparare lo stile di gioco atipico degli anni '50, caratterizzato dall'uso di racchette vintage in legno senza gomma dura. • UN CAST BIZZARRO E CULT: Accanto a Chalamet, Safdie ha assemblato un cast di contorno straordinario e atipico: dalla pluripremiata Gwyneth Paltrow (al suo grande ritorno sullo schermo) a icone della cultura underground come il rapper Tyler, the Creator e il leggendario regista del cinema d'autore più estremo, Abel Ferrara. TRAMA: Il film segue l'ascesa, la caduta e la paranoica ossessione di Marty Mauser (Timothée Chalamet), un campione di tennis da tavolo egocentrico e sfacciato, che attraversa l'America degli anni '50 inseguendo la ricchezza, la fama e la propria consacrazione, mentre sabota metodicamente ogni suo affetto stabile. REGIA E MONTAGGIO: La regia di Josh Safdie è frenetica, asfissiante e satura. La macchina da presa si muove con movimenti veloci, scatti repentini e panoramiche a schiaffo, soprattutto durante le sequenze mozzafiato delle partite a ping pong, che vengono riprese come se fossero duelli all'ultimo sangue. Il montaggio – firmato dallo stesso Safdie insieme a Ronald Bronstein – non serve solo a unire le scene, ma scandisce il ritmo asfissiante della pellicola. Funziona come una vera e prima analogia visiva della frenesia mentale che Marty prova: i tagli continui riflettono un uomo che ha occhi e cervello puntati solo ed esclusivamente verso il proprio sogno, incapace di fermarsi a riflettere. SCENEGGIATURA: La sceneggiatura riprende lo stesso filone narrativo e stilistico che avevamo amato in “Uncut Gems”. Marty Mauser è scritto per essere un uomo odioso, estremamente egoista e spaventosamente sicuro di sé. La sapiente gestione della scrittura, tuttavia, crea un affascinante cortocircuito empatico: esattamente come accadeva per il personaggio di Adam Sandler nel film precedente, non riesci a odiarlo fino in fondo. Non speri che fallisca. Al contrario, lo spettatore si ritrova bloccato in una posizione contrariata per le scelte folli e scellerate di Marty, ma finisce inevitabilmente per fare il tifo per lui. Il testo gestisce con precisione l'alternarsi di una fortuna sfacciata a bruschi ritorni alla realtà, culminando nell'umiliazione pubblica alla festa di Rockwell e nella conseguente esclusione dal torneo. CAST: Il film è interamente sorretto da Timothée Chalamet, nella sua perfetta comfort zone. Chalamet riesce a spogliarsi della sua classica aurea romantica per incarnare un personaggio spigoloso, respingente e nevrotico, bucando lo schermo in ogni singola inquadratura. Il resto del cast lavora in una perfetta e rigorosa funzione ancillare: ogni comprimario, dalle sferzate della Paltrow alle apparizioni dei personaggi di contorno, è posizionato al millimetro per essere al servizio del protagonista e amplificare la sua alienazione. SOUND DESIGN: Il comparto sonoro è eccezionale, lavorando in totale simbiosi con le immagini per riempire lo spazio mentale dello spettatore. La colonna sonora curata da Daniel Lopatin (Oneohtrix Point Never) e la selezione dei brani d'epoca sono impeccabili: l'apertura sulle note nostalgiche di Forever Young e la chiusura affidata alle atmosfere dei Tears for Fears non sono semplici ornamenti, ma commenti ironici e amari sulla parabola esistenziale di Marty. Il resto del sound design, fatto del rumore secco e ossessivo della pallina da ping pong, è un elemento ansiogeno di grande impatto. FOTOGRAFIA: La fotografia del maestro Darius Khondji abbandona le laccature classiche dei film in costume per abbracciare una grana pastosa, calda e al tempo stesso sporca, che restituisce l'America degli anni '50 come un territorio vibrante, fumoso e saturo di sogni capitalistici. Le luci tagliano i volti e accentuano la solitudine dei motel e delle sale da gioco sotterranee, sposandosi perfettamente con il ritmo visivo impresso dalla regia. CONCLUSIONI: Il finale di “Marty Supreme” è un colpo di coda magistrale. Josh Safdie decide di lasciare la conclusione volutamente aperta, privando il pubblico di una classica risoluzione hollywoodiana. Marty si ritrova sul finale senza più nulla in mano, privato del suo status e ridotto a sperare unicamente che quel bambino sia suo. La scelta di chiudere sulle sue lacrime senza svelare se siano dettate da una gioia liberatoria o da una frustrazione profonda è una scelta di scrittura eccezionale, che costringe lo spettatore a riflettere. In sintesi, siamo di fronte a un ottimo film. Gli haters di Chalamet liquideranno l'operazione come una pellicola studiata a tavolino per fargli vincere la statuetta (un' accusa infondata, considerando che l'Academy si è limitata a certificarne la qualità con 9 candidature complessive ai premi Oscar), ma la verità è che la formula Safdie funziona ancora alla perfezione. La grande riflessione che il film ci lascia è proprio questa: il grande cinema ha il potere divino di farti amare, seguire e supportare un personaggio che, secondo qualsiasi logica morale della vita reale, non andrebbe amato affatto.

Con “The Mule - Il corriere” Clint Eastwood realizza un’opera che va ben oltre il classico crime movie. Pur prendendo spunto da una storia vera, il film si configura soprattutto come una riflessione sul tempo che passa, sul rimorso e sul peso delle scelte di una vita intera. È un’opera profondamente personale, quasi testamentaria, in cui Eastwood sembra guardare anche a sé stesso attraverso il personaggio di Earl Stone. Non è un film perfetto né un capolavoro assoluto della sua filmografia, ma è un racconto maturo, sincero e capace di lasciare il segno. TRAMA, REGIA E MONTAGGIO: Earl Stone è un uomo che ha dedicato ogni istante della sua esistenza al lavoro, sacrificando completamente gli affetti. Solo negli ultimi anni, quando ormai il tempo a disposizione è poco, comprende il vero valore della famiglia e si rende conto di aver inseguito per troppo tempo le priorità sbagliate. Il suo coinvolgimento nel traffico di droga diventa quindi non solo il motore narrativo del film, ma anche il mezzo attraverso cui tenta disperatamente di rimediare agli errori del passato. La regia di Eastwood è essenziale, invisibile nel senso più nobile del termine. Non cerca mai virtuosismi o spettacolarizzazioni inutili, ma lascia che siano i personaggi e i dialoghi a parlare. Il montaggio accompagna il racconto con naturalezza, mantenendo un ritmo pacato che rispecchia perfettamente l’età e il carattere del protagonista. SCENEGGIATURA: La sceneggiatura è costruita con intelligenza e caratterizza Earl Stone in maniera estremamente credibile. È un uomo anziano, figlio di un’altra epoca, profondamente legato alle vecchie abitudini e a un linguaggio ormai superato. Il film non cerca mai di giustificarlo né di trasformarlo in un personaggio moralmente impeccabile: ne mostra piuttosto tutte le contraddizioni. Lo si nota nelle sue battute politicamente scorrette — come quando utilizza termini offensivi verso una famiglia afroamericana rimasta in panne — e in molte altre situazioni in cui emerge il suo modo antiquato di vedere il mondo. Sono dettagli che contribuiscono a renderlo autentico e umano, senza trasformarlo in una caricatura. Il vero punto di forza della scrittura è però la capacità di riportare costantemente il discorso sul rimorso, sul perdono e sulla possibilità, anche in età avanzata, di riconoscere i propri errori. CAST: Il cast offre interpretazioni solide su tutta la linea. Clint Eastwood domina naturalmente la scena, regalando una delle prove più intime e vulnerabili della sua carriera recente. Bradley Cooper interpreta con efficacia l’agente della DEA, mentre Laurence Fishburne conferisce autorevolezza al suo ruolo. Il resto degli attori, dai familiari di Earl fino ai boss del cartello messicano risultano convincenti e contribuiscono a mantenere costante la tensione narrativa senza mai oscurare il vero fulcro del film: il percorso umano di Earl. SOUND DESIGN E FOTOGRAFIA: La scelta delle musiche è uno degli aspetti più riusciti del film. La colonna sonora accompagna il viaggio di Earl con discrezione, evocando un’America nostalgica fatta di strade infinite, piccoli paesi e ricordi ormai lontani. Le canzoni non sono mai invasive, ma contribuiscono a costruire un’atmosfera malinconica che permea tutta la narrazione. Anche la fotografia si distingue per il suo realismo. Non ricerca immagini patinate o particolarmente elaborate, ma valorizza gli ambienti con una luce naturale e sobria, perfettamente in linea con l’approccio registico di Eastwood. Ogni inquadratura restituisce un senso di autenticità che rende ancora più credibile il viaggio del protagonista. CONCLUSIONI: “The Mule - Il corriere” è un film profondo, malinconico e sorprendentemente delicato. Dietro la facciata del thriller criminale si nasconde una riflessione universale sul tempo perduto e sul valore degli affetti, raccontata con la sobrietà che da sempre contraddistingue il cinema di Clint Eastwood. Pur non raggiungendo le vette dei suoi capolavori, riesce comunque a emozionare grazie alla sincerità del racconto, a una sceneggiatura ben scritta, a un cast di buon livello e a una regia che dimostra ancora una volta come la semplicità possa essere la forma più efficace di grande cinema.

“Godzilla” di Gareth Edwards (2014) rappresenta il secondo tentativo hollywoodiano di occidentalizzare il “Re dei Mostri” e ha dato ufficialmente il via al cosiddetto “MonsterVerse”. La pellicola cerca di unire lo spettacolo visivo tipico dei blockbuster americani a un approccio drammatico e catastrofico più classico • IL DEPISTAGGIO DEL MARKETING La campagna promozionale del film fu costruita quasi interamente sulla figura di Bryan Cranston, all'epoca reduce da un successo televisivo planetario. In realtà, l'uscita di scena del suo personaggio alla fine del primo atto fu un enorme shock per il pubblico e una scelta strutturale che ha diviso profondamente i fan. • L’ APPROCCIO ALLA VECCHIA SCUOLA Il regista ha volutamente scelto di nascondere Godzilla per la prima ora di pellicola. Si è ispirato alla tecnica del cinema classico, mostrando il mostro solo attraverso dettagli, ombre e reazioni della folla per accumulare tensione. Nel film completo di oltre due ore, Godzilla appare visibilmente sullo schermo per un totale di soli 11 minuti. • IL LAVORO RIGUARDO IL COMPARTO SONORO Il leggendario ruggito di Godzilla è stato ricreato interamente da zero dai sound designer. Hanno manipolato il suono del metallo sfregato e i versi di vari animali. L'urlo è stato poi sparato a tutto volume per le strade di Burbank, in California, attraverso un impianto da 100.000 watt per registrarne il riverbero reale e l'eco sugli edifici cittadini. TRAMA, REGIA E MONTAGGIO: La trama segue lo scienziato Joe Brody (Bryan Cranston) e suo figlio Ford (Aaron Taylor-Johnson), un soldato dell'esercito, mentre tentano di sopravvivere al risveglio di antichissime e mastodontiche creature parassite che minacciano di distruggere l'umanità, costringendo il predatore alfa Godzilla a emergere dagli abissi per ristabilire l'equilibrio naturale. La direzione di Edwards è l'elemento formale più interessante della pellicola. La macchina da presa lavora costantemente sulla prospettiva dal basso, venendo posizionata ad altezza uomo per restituire un senso di scala monumentale, spaventoso e realistico. Le inquadrature camminano parallelamente al dramma dei civili, ma l' ottimo lavoro visivo viene purtroppo penalizzato da un montaggio deficitario e da una pessima gestione del ritmo. La pellicola ci mette davvero troppo tempo a decollare. La prima parte arranca nel tentativo di costruire i legami tra i personaggi, fallendo nel dare dinamismo alla storia e lasciando lo spettatore in una lunga fase di stallo narrativo. SCENEGGIATURA: La sceneggiatura mostra i limiti più evidenti del film, specialmente se paragonata alla scrittura drammatica e viscerale di “Godzilla Minus One”. Il testo prova a concentrarsi sull'elemento umano, ma ci riesce solo a metà. I legami emotivi sono appena abbozzati e i personaggi mancano totalmente di profondità psicologica e di sfumature. Una volta uscito di scena l'unico vero motore narrativo emotivo nel primo atto, gli esseri umani si trasformano in semplici pedine di contorno, spettatori passivi di un disastro globale privi di un reale spessore drammatico. CAST: La maggior parte degli attori naviga in una terra di mezzo abbastanza anonima: Funzionano decisamente bene Bryan Cranston e Elizabeth Olsen: entrambi riescono a infondere un reale peso drammatico e un'autentica disperazione alle rispettive scene, tenendo a galla l'empatia della pellicola. Al contrario, risulta decisamente fuori fuoco Aaron Taylor-Johnson, forse penalizzato da un ruolo eccessivamente rigido, offre una performance monocorde e priva di carisma. Nella stessa mediocrità affonda Sally Hawkins, sprecata in un ruolo bidimensionale, mentre il veterano Ken Watanabe fa il suo compitino istituzionale senza stupire. SOUND DESIGN: L’impianto sonoro (come di consueto quando si parla di una pellicola basata su Godzilla) è maestoso ed in armonia con la seconda parte della pellicola, forse la nota più alta dell'operazione. Il sound design è viscerale, spaventoso e lavora magnificamente sui contrasti: dai silenzi claustrofobici che precedono i disastri al boato assordante dei passi dei mostri. Ogni onda d'urto e ogni ruggito ha un impatto fisico devastante che riempie lo schermo e valorizza l'esperienza cinematografica della distruzione. FOTOGRAFIA: La fotografia di Seamus McGarvey svolge un lavoro eccellente, specialmente nella seconda metà della pellicola. McGarvey abbandona i colori ipersaturi dei moderni cinecomic per abbracciare una palette cromatica cupa, desaturata, dominata dai grigi, dai fumi delle macerie e dai rossi infernali dei segnali di emergenza. La celeberrima sequenza del salto con il paracadute dei soldati (l'escursione in HALO jump) avvolti dal fumo rosso contro il cielo plumbeo di San Francisco è un momento visivamente sorprendente. CONCLUSIONI: Il fulcro e il vero riscatto del film arrivano negli ultimi 35-40 minuti. La gestione del climax finale, incentrata sul devastante combattimento notturno a San Francisco tra Godzilla e le due creature parassite (i MUTO, Massive Unidentified Terrestrial Organisms), è orchestrata magistralmente. Qui la regia, la fotografia e gli effetti visivi lavorano in perfetta simbiosi, regalando uno scontro titanico crepuscolare di altissimo livello, peccato che per arrivarci bisogna aspettare più di un ora. “Godzilla “, in sintesi, è un blockbuster a metà. Un'opera che si assicura una sufficienza piena grazie a un comparto tecnico ben curato e a una mezz'ora finale spettacolare, ma che purtroppo viene azzoppata da una sceneggiatura piatta e da un protagonista non all'altezza del peso drammatico richiesto. Un film godibile, ma che a conti fatti rimane molto inferiore alla potenza emotiva e alla precisione di scrittura di “Minus One”.