Godzilla
“Godzilla” di Gareth Edwards (2014) rappresenta il secondo tentativo hollywoodiano di occidentalizzare il “Re dei Mostri” e ha dato ufficialmente il via al cosiddetto “MonsterVerse”. La pellicola cerca di unire lo spettacolo visivo tipico dei blockbuster americani a un approccio drammatico e catastrofico più classico
• IL DEPISTAGGIO DEL MARKETING
La campagna promozionale del film fu costruita quasi interamente sulla figura di Bryan Cranston, all'epoca reduce da un successo televisivo planetario. In realtà, l'uscita di scena del suo personaggio alla fine del primo atto fu un enorme shock per il pubblico e una scelta strutturale che ha diviso profondamente i fan.
• L’ APPROCCIO ALLA VECCHIA SCUOLA
Il regista ha volutamente scelto di nascondere Godzilla per la prima ora di pellicola. Si è ispirato alla tecnica del cinema classico, mostrando il mostro solo attraverso dettagli, ombre e reazioni della folla per accumulare tensione. Nel film completo di oltre due ore, Godzilla appare visibilmente sullo schermo per un totale di soli 11 minuti.
• IL LAVORO RIGUARDO IL COMPARTO SONORO
Il leggendario ruggito di Godzilla è stato ricreato interamente da zero dai sound designer. Hanno manipolato il suono del metallo sfregato e i versi di vari animali. L'urlo è stato poi sparato a tutto volume per le strade di Burbank, in California, attraverso un impianto da 100.000 watt per registrarne il riverbero reale e l'eco sugli edifici cittadini.
TRAMA, REGIA E MONTAGGIO:
La trama segue lo scienziato Joe Brody (Bryan Cranston) e suo figlio Ford (Aaron Taylor-Johnson), un soldato dell'esercito, mentre tentano di sopravvivere al risveglio di antichissime e mastodontiche creature parassite che minacciano di distruggere l'umanità, costringendo il predatore alfa Godzilla a emergere dagli abissi per ristabilire l'equilibrio naturale.
La direzione di Edwards è l'elemento formale più interessante della pellicola. La macchina da presa lavora costantemente sulla prospettiva dal basso, venendo posizionata ad altezza uomo per restituire un senso di scala monumentale, spaventoso e realistico. Le inquadrature camminano parallelamente al dramma dei civili, ma l' ottimo lavoro visivo viene purtroppo penalizzato da un montaggio deficitario e da una pessima gestione del ritmo. La pellicola ci mette davvero troppo tempo a decollare. La prima parte arranca nel tentativo di costruire i legami tra i personaggi, fallendo nel dare dinamismo alla storia e lasciando lo spettatore in una lunga fase di stallo narrativo.
SCENEGGIATURA:
La sceneggiatura mostra i limiti più evidenti del film, specialmente se paragonata alla scrittura drammatica e viscerale di “Godzilla Minus One”. Il testo prova a concentrarsi sull'elemento umano, ma ci riesce solo a metà. I legami emotivi sono appena abbozzati e i personaggi mancano totalmente di profondità psicologica e di sfumature. Una volta uscito di scena l'unico vero motore narrativo emotivo nel primo atto, gli esseri umani si trasformano in semplici pedine di contorno, spettatori passivi di un disastro globale privi di un reale spessore drammatico.
CAST:
La maggior parte degli attori naviga in una terra di mezzo abbastanza anonima:
Funzionano decisamente bene Bryan Cranston e Elizabeth Olsen: entrambi riescono a infondere un reale peso drammatico e un'autentica disperazione alle rispettive scene, tenendo a galla l'empatia della pellicola.
Al contrario, risulta decisamente fuori fuoco Aaron Taylor-Johnson, forse penalizzato da un ruolo eccessivamente rigido, offre una performance monocorde e priva di carisma. Nella stessa mediocrità affonda Sally Hawkins, sprecata in un ruolo bidimensionale, mentre il veterano Ken Watanabe fa il suo compitino istituzionale senza stupire.
SOUND DESIGN:
L’impianto sonoro (come di consueto quando si parla di una pellicola basata su Godzilla) è maestoso ed in armonia con la seconda parte della pellicola, forse la nota più alta dell'operazione. Il sound design è viscerale, spaventoso e lavora magnificamente sui contrasti: dai silenzi claustrofobici che precedono i disastri al boato assordante dei passi dei mostri. Ogni onda d'urto e ogni ruggito ha un impatto fisico devastante che riempie lo schermo e valorizza l'esperienza cinematografica della distruzione.
FOTOGRAFIA:
La fotografia di Seamus McGarvey svolge un lavoro eccellente, specialmente nella seconda metà della pellicola. McGarvey abbandona i colori ipersaturi dei moderni cinecomic per abbracciare una palette cromatica cupa, desaturata, dominata dai grigi, dai fumi delle macerie e dai rossi infernali dei segnali di emergenza. La celeberrima sequenza del salto con il paracadute dei soldati (l'escursione in HALO jump) avvolti dal fumo rosso contro il cielo plumbeo di San Francisco è un momento visivamente sorprendente.
CONCLUSIONI:
Il fulcro e il vero riscatto del film arrivano negli ultimi 35-40 minuti. La gestione del climax finale, incentrata sul devastante combattimento notturno a San Francisco tra Godzilla e le due creature parassite (i MUTO, Massive Unidentified Terrestrial Organisms), è orchestrata magistralmente. Qui la regia, la fotografia e gli effetti visivi lavorano in perfetta simbiosi, regalando uno scontro titanico crepuscolare di altissimo livello, peccato che per arrivarci bisogna aspettare più di un ora.
“Godzilla “, in sintesi, è un blockbuster a metà. Un'opera che si assicura una sufficienza piena grazie a un comparto tecnico ben curato e a una mezz'ora finale spettacolare, ma che purtroppo viene azzoppata da una sceneggiatura piatta e da un protagonista non all'altezza del peso drammatico richiesto. Un film godibile, ma che a conti fatti rimane molto inferiore alla potenza emotiva e alla precisione di scrittura di “Minus One”.
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