DumbLand
“Dumbland” (2002) di David Lynch è un pugno nello stomaco di puro surrealismo rozzo, minimalista e brutale. È la dimostrazione che al genio di Lynch bastano una manciata di pixel sgranati e dei disegni vettoriali volutamente primitivi in Flash per mettere in piedi un trattato spietato sulla miseria umana.
• L’ESTETICA DELL’ IGNORANZA E DELLA SGRADEVOLEZZA
Lynch abbandona la fotografia patinata e le atmosfere oniriche a cui ci ha abituati per abbracciare un'estetica volutamente "brutta", violenta e sgradevole. Eppure, in questi otto micro-episodi animati c'è dentro tutto l'universo lynchiano. Il protagonista, Randy, è un ammasso informe di muscoli, rabbia e totale idiozia: è l'incarnazione iperbolica dell'ignoranza primordiale, dell'aggressività domestica e della stupidità eletta a sistema di vita.
Lynch mette in scena una feroce e spietata critica alla società patriarcale e suburbana americana, dove la comunicazione è azzerata e sostituita da urla belluine, rutti, flatulenze e violenza gratuita. La casa di Randy non è un nido, ma un teatro dell'alienazione quotidiana dove una moglie sottomessa e un figlio alienato (e apparentemente deforme) subiscono le angherie di un uomo che rifiuta qualsiasi forma di civilizzazione.
• IL CORTOCIRCUITO: RIDERE DELL’ AMBIGUITÀ E DELL’ ORRORE
Il vero colpo di genio di “Dumbland” risiede nel suo tono. Lynch compie un'operazione di un'ambiguità pazzesca: trasforma l'orrore sociale, la violenza domestica e la degradazione intellettuale in una commedia slapstick grottesca che strappa delle risate nervose, liberatorie e profondamente scorrette. Ridi quando il vicino viene colpito da Randy in pieno volto, ridi quando Randy picchia le formiche distruggendo la casa, ma un secondo dopo avverti quell'inquietudine tipica dei suoi lavori più amati. C'è una costante tensione sotterranea che galleggia nel vuoto bianco dello sfondo. È il trionfo del non sense e del grottesco: una cosa che solo la mente di David Lynch poteva partorire e rendere così magnetica nella sua totale e anarchica assurdità.
IN SINTESI:
“Dumbland” non ha bisogno di voti o di schemi. È Lynch che si diverte a fare il punk, usando il web dei primi anni 2000 per bypassare le major e sputare in faccia allo spettatore la sua visione più cinica, grezza e spudorata dell'umanità. Un' opera d'animazione radicale, disturbante e indimenticabile, che si guarda con l'orgoglio di aver esplorato una delle stanze più buie e divertenti di un genio assoluto.
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