The Witch
Presentato al Sundance Film Festival del 2015 (dove Eggers ha vinto il premio per la miglior regia), “The Witch” è il film che ha lanciato la casa di produzione A24 nell'olimpo del cinema d'autore contemporaneo. Il regista, proveniente dal mondo della scenografia e del teatro, ha impiegato ben quattro anni per sviluppare il progetto, ossessionato dall'idea di ricreare un incubo puritano seicentesco.
• L’OSSESSIONE FILOLOGICA PER I DIALOGHI
Eggers non ha inventato i dialoghi del film. Ha studiato per anni i diari reali dei coloni del XVII secolo, i verbali dei tribunali dei processi alle streghe e i testi religiosi dell'epoca. I personaggi parlano un inglese arcaico (il cosiddetto Early Modern English) preso direttamente dai documenti storici dell'epoca.
• SOLO LUCE NATURALE E CANDELE
Per garantire un realismo storico totale, Eggers e il direttore della fotografia Jarin Blaschke si sono imposti una regola rigidissima: niente luci elettriche artificiali. Il film è stato girato sfruttando esclusivamente la luce naturale del sole, i cieli coperti del Canada e, per gli interni notturni, la luce tremolante di candele fatte a mano in sego.
• LA LEGGENDA DEL CAPRONE BLACK PHILIP
Il vero caprone utilizzato sul set, di nome Charlie, si rivelò una presenza diabolica anche nella realtà. Era completamente indisciplinato e aggressivo; arrivò ad assalire l'attore Ralph Ineson (il padre William), colpendolo alle costole e mandandolo in ospedale. Eggers dichiarò che fu l'incubo più grande di tutta la lavorazione.
TRAMA, REGIA E MONTAGGIO:
Ambientato nel New England del 1630, il film segue una devota famiglia puritana che viene bandita dalla propria comunità a causa di divergenze religiose. Costretti a stabilirsi ai margini di una foresta isolata e minacciosa, i coloni sprofonderanno nell'angoscia quando il figlio neonato scompare misteriosamente nel nulla, scatenando una spirale di paranoia, isteria religiosa e forze sovrannaturali latenti.
La direzione di Robert Eggers è l'elemento che lascia folgorati per l’elevata maturità tecnica. Il regista impone alla pellicola un'inquadratura rigorosa in formato 1.66:1, un aspect ratio stretto che schiaccia i personaggi e accentua la claustrofobia della loro capanna di legno. Eggers predilige inquadrature fisse, frontali e perfettamente simmetriche, costruite come se fossero quadri d'epoca. Quando muove la macchina da presa, si affida a carrellate lente in avanti (dolly-in) che avanzano verso la foresta o verso i volti, creando una sensazione di avvicinamento inesorabile del male. Il montaggio di Louise Ford è magistrale nel dilatare i tempi, lavorando per sottrazione e costruendo una suspense che non si affida mai ai banali jump scare, ma cresce sottopelle fotogramma dopo fotogramma.
SCENEGGIATURA:
La sceneggiatura, scritta dallo stesso Eggers, è un meccanismo perfetto in cui il folk-horror si fonde con il dramma psicologico di stampo classico. La scrittura non si limita a raccontare una storia di stregoneria, ma sviscera i veri mostri dell'animo umano: il senso di colpa represso, il fanatismo religioso, la repressione sessuale adolescenziale e l'isolamento.Il testo lavora sulla progressiva distruzione dei legami familiari causata dalla paranoia. Il dubbio, se il male sia reale o sia solo una proiezione psichica della loro mente bigotta, regge l'intera architettura narrativa fino a un climax finale di rara potenza mitologica, coerente e spiazzante, che non scivola mai nel grottesco ma eleva l'opera a fiaba nera d'altissimo spessore.
CAST:
Gli attori offrono interpretazioni di un'intensità spaventosa.
Il film segna il debutto assoluto di Anya Taylor-Joy (Thomasin), e la sua performance è folgorante: l'attrice buca lo schermo con uno sguardo magnetico e ambiguo, perfetto per incarnare l'adolescente schiacciata dal peso di una famiglia che la accusa di stregoneria.
Ralph Ineson presta al padre William una fisicità possente e una voce profonda e spezzata dal rimorso, mentre Katie Dickie (la madre Katherine) è straordinaria nel dare corpo a un dolore materno che confina con la follia religiosa. Nota di merito assoluta per il giovanissimo Harvey Scrimshaw (Caleb), protagonista di una sequenza di possessione spirituale che resta impressa nella memoria per realismo e tragicità recitativa.
SOUND DESIGN:
L’impianto sonoro è un autentico capolavoro di dissociazione e angoscia viscerale. Le musiche di Mark Korven non sono un semplice accompagnamento, ma una forza sotterranea e disturbante. Korven ha rifiutato gli strumenti elettronici o le orchestre classiche, utilizzando solo strumenti arcaici rari (come la nyckelharpa e lo scacciapensieri) e cori di voci femminili che urlano e sussurrano in modo asincrono.
Il sound design lavora sui silenzi della natura squarciati da questi suoni stridenti e metallici, creando una dissociazione audio-visiva perfetta: la musica amplifica il terrore strisciante anche quando sullo schermo vediamo immagini apparentemente statiche o silenziose, legandosi in modo viscerale alla follia che consuma i personaggi.
FOTOGRAFIA:
La fotografia di Jarin Blaschke è uno dei miracoli visivi del decennio. Caratterizzata da una desaturazione quasi totale, la palette cromatica cancella i colori vivi per abbracciare i grigi, i marroni della terra e i bianchi lividi del cielo del New England.Sfruttando solo la luce naturale e quella delle candele, la fotografia crea un chiaroscuro profondo che ricorda i dipinti di Rembrandt o Goya. I neri non sono digitali o puliti, ma pastosi e misteriosi; la foresta diventa una parete oscura impenetrabile, trasformando la luce stessa nel confine instabile tra la salvezza della fede e l'oscurità del peccato.
CONCLUSIONI:
Il finale di “The Witch” è una delle chiusure più iconiche, liberatorie e disturbanti del cinema horror moderno. La transizione della protagonista verso l'ignoto si consuma in un'inquadratura di pura estasi pagana che suggella il destino del racconto con una coerenza formale impeccabile.
In sintesi, “The Witch” non è semplicemente un eccellente horror di genere, ma si conferma come una delle opere prime più limpide, rigorose e folgoranti del XXI secolo. È il film che ha dimostrato al mondo come l'orrore possa ritrovare la sua dignità artistica più nobile attraverso lo studio filologico della storia, una regia geometrica e un'atmosfera opprimente che non lascia scampo.
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