Parthenope
Sorrentino compie un netto passo indietro rispetto a “È stata la mano di Dio” e racconta una Napoli meno vera, infarcendo i dialoghi di frasi vuote, solo per creare suggestione. Anche così, nell’espressione di un italianità più come la vorrebbero vedere gli americani degli oscar, non mancano immagini e temi interessanti, in una Napoli che già nel nome si fa metafora decadente della bellezza della protagonista che, in tutte le sue forme, fluttua inseguita da spettri ricorrenti come quello della maternità o dell’amore.
Parthenope fugge per tutta la vita, alimentando il desiderio degli altri senza mai soddisfarlo, senza mai svelare se il grande “mistero” è una “truffa”.
Solo la figura del professore riuscirà a vedere, il vedere dell’antropologia, la bellezza di Parthenope, nell’unica affinità sincera poi spiegata nel finale per mezzo della figura del figlio.
40 anni dopo, quando Parthenope non è più vittima dell’illusione giovanile che Napoli le ha offerto, ecco che riesce finalmente a pacificarsi con la città. Ecco che finalmente la guarda con gioia. Libera.