Parthenope
Non ho già rivisto il film ma comincio a ricredermi sulle critiche iniziali, forse frutto di un errato paragone con il penultimo film di Sorrentino.
La Napoli di questo film, quella dell’inizio in particolare, non è fatta di personaggi vuoti e superficiali poichè scritti male, ma perché non sono altro che il vacuo riflesso dell’illusoria bellezza di Parthenope.
Parlano per frasi fatte, sono finti e quasi teatrali perché vittime del giogo della giovinezza brevissima, che sarà il dramma della protagonista.
Il ruolo delle attrici “perdute” è allora illuminante, soprattutto come contraltare al finale.
Loro non sono mai riuscite a staccarsi da Napoli e quindi dalla loro bellezza. Quando questa è sfiorita non hanno potuto fare altro che fingere (la parrucca che sfila via proprio quando Napoli risponde all’odio dell’attrice) o nascondersi (il velo nero tolto solo per godere della bellezza altrui).
Il viaggio di Parthenope nella vita la porta a scoprire quel “tutto il resto” che viene man mano a mancare, fino alla contemplazione della “verità indicibile”: la realtà per come è senza la fantasia che in giovinezza pensiamo di noi stessi.
È con questa verità che alla fine del film Parthenope guarda Napoli, ormai spoglia del peso che le avevamo visto portare per tutta la storia.