

2008·Drama·1h 52m
7.0
★



















Cultural critic David Kepesh finds his life -- which he indicates is a state of "emancipated manhood" -- thrown into tragic disarray by Consuela Castillo, a well-mannered student who awakens a sense of sexual possessiveness in her teacher.
Directed by Isabel Coixet
sexual attraction
cuban
critic
hedonism
possessiveness
woman director

Trailer

IMDB
N/A
Where to Watch

Cast

Penélope Cruz
Consuela Castillo

Ben Kingsley
David Kepesh

Patricia Clarkson
Carolyn

Peter Sarsgaard
Kenneth Kepesh

Dennis Hopper
George O'Hearn

Sonja Bennett
Beth

Chelah Horsdal
Susan Reese

Shaker Paleja
Kris Banjee

Charlie Rose
Charlie Rose

Kris Pope
Consuela's Brother

Debbie Harry
Amy O'Hearn

Antonio Cupo
Younger Man
Crew

Isabel Coixet
Director

Nicholas Meyer
Screenplay

Jean-Claude Larrieu
Director of Photography

Gary Lucchesi
Producer

Tom Rosenberg
Producer

Isabel Coixet
Music Supervisor

Philip Roth
Novel

Isabel Coixet
Camera Operator

Arvo Pärt
Additional Soundtrack

Claude Paré
Production Design
Popular Reviews
21 reviews
ET
7.0★ · 07/06/26

I go on yakking away, mainly because I want to fuck her
Who! What! Why!
What a weird fucking ending
Who! What! Why!
What a weird fucking ending
I go on yakking away, mainly because I want to fuck her
Who! What! Why!
What a weird fucking ending
Who! What! Why!
What a weird fucking ending
Melisa Yilmaz
1.0★ · 03/21/24

Just remembered I watched this, This movie felt soooooooooooo Long I really didn’t like it
Just remembered I watched this, This movie felt soooooooooooo Long I really didn’t like it
Mati
9.0★ · 02/20/23

È stato difficile separare il film dal libro da cui è stato tratto. In questi termini, non gli è molto fedele, cosa che mi ha delusa perché “L’animale morente” è un libro che si presta molto alla trasposizione cinematografica.
Il risultato è una storia dal sapore diverso, più impersonale e al contempo romantica, dove le parole “dette” da Kepesh non possono più nascondere ciò che nel libro è scaltramente occultato dal protagonista, fino all’ultima pagina. Non c’è il suo ego dilagante, le bugie che racconta a se stesso e agli altri da una vita, le sue pulsioni animalesche, la sua mente brillante ma ottusamente arrogante. Non c’è l’animale che dichiara di essere, questa creatura istintuale che si ribella alle convenzioni con la spocchia di chi non si cura dell’esistenza dell’altro. Per lui c’è solo la carne e le sue necessità e nel film non si percepisce. Il David di carta è un uomo abituato a possedere tutto, perché crede che sia l’unico modo per stare dentro la vita, e sta invecchiando. Tra le mani si rende conto di non avere mai avuto niente, solo la sua solitudine. È un cigno che sta per cantare ma non sa per chi. Ben Kingsley interpreta un uomo triste e più consapevole, che riesce a guardarsi in faccia per dirsi la verità. Kepesh nel libro, in fondo, è solo un vigliacco.
Se prendo il film così com’è, invece, è bellissimo. Isabel Coixet ha reso un racconto ricco di perversioni, con un uomo a tratti ripugnante che lo abita, una poesia. Le scene di sesso esplicito che sulla carta sono piene di irruenza e depravazione, puro atto irriflessivo, diventano dolcissime, un unione tra due corpi calamite l’uno per l’altra, alla ricerca della completezza. Asciuga la bava che cola dalle fauci di un animale accecato dagli impulsi, lo pettina, lo veste a festa. Irriconoscibile, ma non meno magnetico.
La malinconia negli occhi di Ben Kingsley, tutti gli errori di Kepesh che gli scorrono dietro le iridi lucide di lacrime, una lente nuova con cui guardare la vita dissoluta, piacevole ma vuota che ha vissuto.
Consuela, che la lente gliela passa, mi è piaciuta molto: Penelope Cruz (sono tua) dà eleganza e tridimensionalità a un personaggio che nel libro conosciamo solo attraverso gli occhi annebbiati e le parole distorte di David. Le rende la carne, nel senso più umano possibile, che non possiamo più associare alla sua sensualità, nonché legame principale nella sua relazione con il professore, ma alla sua interezza come persona: non possiamo più vederla come la bellissima studentessa con la camicetta slacciata di tre bottoni che risponde alle avances di un uomo 40 anni più grande chissà per quale motivo. Lei arriva a conoscere David, e riesce ad amarlo, ad amare la sua carne morente, oltre i suoi impulsi. Gli fa vedere che dimenticandosi di tutto ciò che non è impulsivo, si è dimenticato un pezzo di vita.
Gli fa fare i conti con la morte che lo terrorizza, la nasconde nei propri occhi che sa lui cercherà. David vede la morte che si avvicina solo quando si permette di guardare finalmente oltre il proprio naso e scopre che gli altri possono essere specchi spietatamente onesti di noi stessi.
Ma solo se uno è capace di leggerne il riflesso.
Il risultato è una storia dal sapore diverso, più impersonale e al contempo romantica, dove le parole “dette” da Kepesh non possono più nascondere ciò che nel libro è scaltramente occultato dal protagonista, fino all’ultima pagina. Non c’è il suo ego dilagante, le bugie che racconta a se stesso e agli altri da una vita, le sue pulsioni animalesche, la sua mente brillante ma ottusamente arrogante. Non c’è l’animale che dichiara di essere, questa creatura istintuale che si ribella alle convenzioni con la spocchia di chi non si cura dell’esistenza dell’altro. Per lui c’è solo la carne e le sue necessità e nel film non si percepisce. Il David di carta è un uomo abituato a possedere tutto, perché crede che sia l’unico modo per stare dentro la vita, e sta invecchiando. Tra le mani si rende conto di non avere mai avuto niente, solo la sua solitudine. È un cigno che sta per cantare ma non sa per chi. Ben Kingsley interpreta un uomo triste e più consapevole, che riesce a guardarsi in faccia per dirsi la verità. Kepesh nel libro, in fondo, è solo un vigliacco.
Se prendo il film così com’è, invece, è bellissimo. Isabel Coixet ha reso un racconto ricco di perversioni, con un uomo a tratti ripugnante che lo abita, una poesia. Le scene di sesso esplicito che sulla carta sono piene di irruenza e depravazione, puro atto irriflessivo, diventano dolcissime, un unione tra due corpi calamite l’uno per l’altra, alla ricerca della completezza. Asciuga la bava che cola dalle fauci di un animale accecato dagli impulsi, lo pettina, lo veste a festa. Irriconoscibile, ma non meno magnetico.
La malinconia negli occhi di Ben Kingsley, tutti gli errori di Kepesh che gli scorrono dietro le iridi lucide di lacrime, una lente nuova con cui guardare la vita dissoluta, piacevole ma vuota che ha vissuto.
Consuela, che la lente gliela passa, mi è piaciuta molto: Penelope Cruz (sono tua) dà eleganza e tridimensionalità a un personaggio che nel libro conosciamo solo attraverso gli occhi annebbiati e le parole distorte di David. Le rende la carne, nel senso più umano possibile, che non possiamo più associare alla sua sensualità, nonché legame principale nella sua relazione con il professore, ma alla sua interezza come persona: non possiamo più vederla come la bellissima studentessa con la camicetta slacciata di tre bottoni che risponde alle avances di un uomo 40 anni più grande chissà per quale motivo. Lei arriva a conoscere David, e riesce ad amarlo, ad amare la sua carne morente, oltre i suoi impulsi. Gli fa vedere che dimenticandosi di tutto ciò che non è impulsivo, si è dimenticato un pezzo di vita.
Gli fa fare i conti con la morte che lo terrorizza, la nasconde nei propri occhi che sa lui cercherà. David vede la morte che si avvicina solo quando si permette di guardare finalmente oltre il proprio naso e scopre che gli altri possono essere specchi spietatamente onesti di noi stessi.
Ma solo se uno è capace di leggerne il riflesso.
È stato difficile separare il film dal libro da cui è stato tratto. In questi termini, non gli è molto fedele, cosa che mi ha delusa perché “L’animale morente” è un libro che si presta molto alla trasposizione cinematografica.
Il risultato è una storia dal sapore diverso, più impersonale e al contempo romantica, dove le parole “dette” da Kepesh non possono più nascondere ciò che nel libro è scaltramente occultato dal protagonista, fino all’ultima pagina. Non c’è il suo ego dilagante, le bugie che racconta a se stesso e agli altri da una vita, le sue pulsioni animalesche, la sua mente brillante ma ottusamente arrogante. Non c’è l’animale che dichiara di essere, questa creatura istintuale che si ribella alle convenzioni con la spocchia di chi non si cura dell’esistenza dell’altro. Per lui c’è solo la carne e le sue necessità e nel film non si percepisce. Il David di carta è un uomo abituato a possedere tutto, perché crede che sia l’unico modo per stare dentro la vita, e sta invecchiando. Tra le mani si rende conto di non avere mai avuto niente, solo la sua solitudine. È un cigno che sta per cantare ma non sa per chi. Ben Kingsley interpreta un uomo triste e più consapevole, che riesce a guardarsi in faccia per dirsi la verità. Kepesh nel libro, in fondo, è solo un vigliacco.
Se prendo il film così com’è, invece, è bellissimo. Isabel Coixet ha reso un racconto ricco di perversioni, con un uomo a tratti ripugnante che lo abita, una poesia. Le scene di sesso esplicito che sulla carta sono piene di irruenza e depravazione, puro atto irriflessivo, diventano dolcissime, un unione tra due corpi calamite l’uno per l’altra, alla ricerca della completezza. Asciuga la bava che cola dalle fauci di un animale accecato dagli impulsi, lo pettina, lo veste a festa. Irriconoscibile, ma non meno magnetico.
La malinconia negli occhi di Ben Kingsley, tutti gli errori di Kepesh che gli scorrono dietro le iridi lucide di lacrime, una lente nuova con cui guardare la vita dissoluta, piacevole ma vuota che ha vissuto.
Consuela, che la lente gliela passa, mi è piaciuta molto: Penelope Cruz (sono tua) dà eleganza e tridimensionalità a un personaggio che nel libro conosciamo solo attraverso gli occhi annebbiati e le parole distorte di David. Le rende la carne, nel senso più umano possibile, che non possiamo più associare alla sua sensualità, nonché legame principale nella sua relazione con il professore, ma alla sua interezza come persona: non possiamo più vederla come la bellissima studentessa con la camicetta slacciata di tre bottoni che risponde alle avances di un uomo 40 anni più grande chissà per quale motivo. Lei arriva a conoscere David, e riesce ad amarlo, ad amare la sua carne morente, oltre i suoi impulsi. Gli fa vedere che dimenticandosi di tutto ciò che non è impulsivo, si è dimenticato un pezzo di vita.
Gli fa fare i conti con la morte che lo terrorizza, la nasconde nei propri occhi che sa lui cercherà. David vede la morte che si avvicina solo quando si permette di guardare finalmente oltre il proprio naso e scopre che gli altri possono essere specchi spietatamente onesti di noi stessi.
Ma solo se uno è capace di leggerne il riflesso.
Il risultato è una storia dal sapore diverso, più impersonale e al contempo romantica, dove le parole “dette” da Kepesh non possono più nascondere ciò che nel libro è scaltramente occultato dal protagonista, fino all’ultima pagina. Non c’è il suo ego dilagante, le bugie che racconta a se stesso e agli altri da una vita, le sue pulsioni animalesche, la sua mente brillante ma ottusamente arrogante. Non c’è l’animale che dichiara di essere, questa creatura istintuale che si ribella alle convenzioni con la spocchia di chi non si cura dell’esistenza dell’altro. Per lui c’è solo la carne e le sue necessità e nel film non si percepisce. Il David di carta è un uomo abituato a possedere tutto, perché crede che sia l’unico modo per stare dentro la vita, e sta invecchiando. Tra le mani si rende conto di non avere mai avuto niente, solo la sua solitudine. È un cigno che sta per cantare ma non sa per chi. Ben Kingsley interpreta un uomo triste e più consapevole, che riesce a guardarsi in faccia per dirsi la verità. Kepesh nel libro, in fondo, è solo un vigliacco.
Se prendo il film così com’è, invece, è bellissimo. Isabel Coixet ha reso un racconto ricco di perversioni, con un uomo a tratti ripugnante che lo abita, una poesia. Le scene di sesso esplicito che sulla carta sono piene di irruenza e depravazione, puro atto irriflessivo, diventano dolcissime, un unione tra due corpi calamite l’uno per l’altra, alla ricerca della completezza. Asciuga la bava che cola dalle fauci di un animale accecato dagli impulsi, lo pettina, lo veste a festa. Irriconoscibile, ma non meno magnetico.
La malinconia negli occhi di Ben Kingsley, tutti gli errori di Kepesh che gli scorrono dietro le iridi lucide di lacrime, una lente nuova con cui guardare la vita dissoluta, piacevole ma vuota che ha vissuto.
Consuela, che la lente gliela passa, mi è piaciuta molto: Penelope Cruz (sono tua) dà eleganza e tridimensionalità a un personaggio che nel libro conosciamo solo attraverso gli occhi annebbiati e le parole distorte di David. Le rende la carne, nel senso più umano possibile, che non possiamo più associare alla sua sensualità, nonché legame principale nella sua relazione con il professore, ma alla sua interezza come persona: non possiamo più vederla come la bellissima studentessa con la camicetta slacciata di tre bottoni che risponde alle avances di un uomo 40 anni più grande chissà per quale motivo. Lei arriva a conoscere David, e riesce ad amarlo, ad amare la sua carne morente, oltre i suoi impulsi. Gli fa vedere che dimenticandosi di tutto ciò che non è impulsivo, si è dimenticato un pezzo di vita.
Gli fa fare i conti con la morte che lo terrorizza, la nasconde nei propri occhi che sa lui cercherà. David vede la morte che si avvicina solo quando si permette di guardare finalmente oltre il proprio naso e scopre che gli altri possono essere specchi spietatamente onesti di noi stessi.
Ma solo se uno è capace di leggerne il riflesso.
Kioko Scholtz
9.0★ · 02/20/26

DRMilitao
7.0★ · 02/01/26
