Il sorpasso è un road-movie che mostra la contrapposizione tra impulsività e razionalità.
I due protagonisti sono profondamente diversi:
Roberto, studente di legge, pensa, pensa e pensa, lo fa anche a voce alta.
Trova sempre un buon motivo per essere dilettevole, sempre un buon motivo per non esporsi a rischi, sempre un buon motivo per non buttarsi.
“Io prima di buttarmi mi chiedo sempre dove andrò a cadere”.
Ha una direzione precisa nella sua vita, divenire avvocato.
Prova pulsioni anche lui ma se ne tiene ben lontano in vista della strada da percorrere, che usa come scusa per evitare il rifiuto.
Bruno è, come si definisce lui, un balordo, prende senza chiedere, fa senza pensare, usa la furbizia ed è bravo a nascondere la sua malizia, è intrigante, avvolgente, l’uomo che conquista tutti i presenti in una stanza con la sua personalità la prima volta che lo conosci, alla seconda sai già che tipo è e te ne tieni ben lontano.
Non ha alcuna strada da percorrere, è un solitario che ha scelto, o ha finito per esserlo con le sue magagne, e il non essersi mai preso piena responsabilità delle sue azioni.
I due si ritroveranno in una Roma deserta a ferragosto (stupenda), viaggeranno di città in città e si conosceranno sempre di più a vicenda.
Per Roberto, Bruno sarà catalizzatore d’uscita dalla paralisi all’azione, dall’uscita dal pensare, dalle paranoie che la sua testa si crea.
Bruno è un castello di carte pronto a cadere.
Si prende la stanza in cui è presente, è vero, ma non può fermarsi in nessun posto, dietro la maschera c’è fallimento totale da cui scappa sfrecciando sulla macchina.
È un uomo fatto di rimpianti non detti.
Bruno tramite Roberto farà il padre, il mentore che non è mai stato, gli farà vivere i due giorni migliori della sua vita.
La commistione che creeranno i due in questi due giorni di viaggio farà riflettere soprattutto Roberto, che alla fine troverà il coraggio di buttarsi…
Non faccio commenti sul finale per evitare spoiler,
Anzi lo faccio due righe più avanti, senza spoiler effettivo.
Il regista, nel finale, gioca benissimo sulla tensione e crea un anticlimax improvviso che ti lascia un vuoto post-film subito dopo l’apice.
Il sorpasso è un road-movie che mostra la contrapposizione tra impulsività e razionalità.
I due protagonisti sono profondamente diversi:
Roberto, studente di legge, pensa, pensa e pensa, lo fa anche a voce alta.
Trova sempre un buon motivo per essere dilettevole, sempre un buon motivo per non esporsi a rischi, sempre un buon motivo per non buttarsi.
“Io prima di buttarmi mi chiedo sempre dove andrò a cadere”.
Ha una direzione precisa nella sua vita, divenire avvocato.
Prova pulsioni anche lui ma se ne tiene ben lontano in vista della strada da percorrere, che usa come scusa per evitare il rifiuto.
Bruno è, come si definisce lui, un balordo, prende senza chiedere, fa senza pensare, usa la furbizia ed è bravo a nascondere la sua malizia, è intrigante, avvolgente, l’uomo che conquista tutti i presenti in una stanza con la sua personalità la prima volta che lo conosci, alla seconda sai già che tipo è e te ne tieni ben lontano.
Non ha alcuna strada da percorrere, è un solitario che ha scelto, o ha finito per esserlo con le sue magagne, e il non essersi mai preso piena responsabilità delle sue azioni.
I due si ritroveranno in una Roma deserta a ferragosto (stupenda), viaggeranno di città in città e si conosceranno sempre di più a vicenda.
Per Roberto, Bruno sarà catalizzatore d’uscita dalla paralisi all’azione, dall’uscita dal pensare, dalle paranoie che la sua testa si crea.
Bruno è un castello di carte pronto a cadere.
Si prende la stanza in cui è presente, è vero, ma non può fermarsi in nessun posto, dietro la maschera c’è fallimento totale da cui scappa sfrecciando sulla macchina.
È un uomo fatto di rimpianti non detti.
Bruno tramite Roberto farà il padre, il mentore che non è mai stato, gli farà vivere i due giorni migliori della sua vita.
La commistione che creeranno i due in questi due giorni di viaggio farà riflettere soprattutto Roberto, che alla fine troverà il coraggio di buttarsi…
Non faccio commenti sul finale per evitare spoiler,
Anzi lo faccio due righe più avanti, senza spoiler effettivo.
Il regista, nel finale, gioca benissimo sulla tensione e crea un anticlimax improvviso che ti lascia un vuoto post-film subito dopo l’apice.