Mi spiace moltissimo rendere omaggio ad un regista action che ho scoperto adesso con quello che ahimè si è trovato ad essere il suo ultimo film. Raging Fire è un poliziesco turbolento e melodrammatico che tocca terreni esplorati più e più volte dallo stesso Benny Chan ma che allo stesso tempo sintetizza quella narrazione base del cinema action orientale che vede i mondi di poliziotti e criminali scontrarsi e avvicinarsi, scoprendo di avere più cose in comune di quanto atteso. Donnie Yen veste i panni dell’action hero dal passato pesante alla perfezione, riflettendo sul suo percorso come poliziotto (e come attore) con grinta e agilità al limite dell’umanamente possibile, fronteggiando un validissimo avversario nel corpo e nell’anima come Nicholas Tse, selvaggio terrorista dal fascino magnetico e il destino profondamente legato al protagonista. Il ritmo è più dilatato e meno scandito di un action di puro movimento come può esserlo uno indonesiano, ma ciò conferisce un peso maggiore ed una durata poderosa ma giustificata alle roboanti sequenze d’azione che crescono in brutalità e scala di atto in atto mantenendo un sano equilibrio tra “sporcizia di strada” ed eleganza nelle varie e pericolosissime coreografie. I danni della lunghezza eccessiva si vedono invece nel dramma e nei momenti quieti, purtroppo artificiali e abbastanza finti, che però sporcano in minima parte quella che è una conclusione assai invidiabile per quanto tragica di una splendida carriera che avrei preferito conoscere prima.
Mi spiace moltissimo rendere omaggio ad un regista action che ho scoperto adesso con quello che ahimè si è trovato ad essere il suo ultimo film. Raging Fire è un poliziesco turbolento e melodrammatico che tocca terreni esplorati più e più volte dallo stesso Benny Chan ma che allo stesso tempo sintetizza quella narrazione base del cinema action orientale che vede i mondi di poliziotti e criminali scontrarsi e avvicinarsi, scoprendo di avere più cose in comune di quanto atteso. Donnie Yen veste i panni dell’action hero dal passato pesante alla perfezione, riflettendo sul suo percorso come poliziotto (e come attore) con grinta e agilità al limite dell’umanamente possibile, fronteggiando un validissimo avversario nel corpo e nell’anima come Nicholas Tse, selvaggio terrorista dal fascino magnetico e il destino profondamente legato al protagonista. Il ritmo è più dilatato e meno scandito di un action di puro movimento come può esserlo uno indonesiano, ma ciò conferisce un peso maggiore ed una durata poderosa ma giustificata alle roboanti sequenze d’azione che crescono in brutalità e scala di atto in atto mantenendo un sano equilibrio tra “sporcizia di strada” ed eleganza nelle varie e pericolosissime coreografie. I danni della lunghezza eccessiva si vedono invece nel dramma e nei momenti quieti, purtroppo artificiali e abbastanza finti, che però sporcano in minima parte quella che è una conclusione assai invidiabile per quanto tragica di una splendida carriera che avrei preferito conoscere prima.