Martone lascia indietro quel didascalismo che lo ha contraddistinto nel “post Giovane Favoloso” per cimentarsi nel racconto che non avrebbe mai potuto sbagliare, la storia di una vita e di un’arte nelle quali sia il regista che l’attore protagonista hanno posto le loro radici dalle quali sono germogliati e cresciuti. Qui Rido Io è la commedia che ha consacrato Scarpetta ed è il racconto tragicomico che consacrerà Servillo come il più grande attore nostrano, così potente da riportare in vita lo Scarpetta uomo e maschera comica con tutte le sfaccettature e ambiguità richieste dal personaggio. Contornato da volti più e meno noti sia per attori che per personaggi, il primo Eduardo viene raccontato, come nei drammi migliori, in uno dei momenti più angusti della sua carriera, susseguito da inghippi familiari, tradimenti professionali e scontri con autorità artistiche e letterarie sue contemporanee e Martone riesce a condensare il tutto in 2 ore e 15 che mai sono state così fluide e scorrevoli, che culminano in un fragoroso finale, così catartico e liberatorio, ma che viene interrotto da tipiche scritte conclusive su ciò che fu del futuro di Scarpetta e dei suoi, illegittimi ma forse ancora più grandi, eredi, che può considerarsi l’unica nota di demerito di questo spettacolo operistico e sagace.
Martone lascia indietro quel didascalismo che lo ha contraddistinto nel “post Giovane Favoloso” per cimentarsi nel racconto che non avrebbe mai potuto sbagliare, la storia di una vita e di un’arte nelle quali sia il regista che l’attore protagonista hanno posto le loro radici dalle quali sono germogliati e cresciuti. Qui Rido Io è la commedia che ha consacrato Scarpetta ed è il racconto tragicomico che consacrerà Servillo come il più grande attore nostrano, così potente da riportare in vita lo Scarpetta uomo e maschera comica con tutte le sfaccettature e ambiguità richieste dal personaggio. Contornato da volti più e meno noti sia per attori che per personaggi, il primo Eduardo viene raccontato, come nei drammi migliori, in uno dei momenti più angusti della sua carriera, susseguito da inghippi familiari, tradimenti professionali e scontri con autorità artistiche e letterarie sue contemporanee e Martone riesce a condensare il tutto in 2 ore e 15 che mai sono state così fluide e scorrevoli, che culminano in un fragoroso finale, così catartico e liberatorio, ma che viene interrotto da tipiche scritte conclusive su ciò che fu del futuro di Scarpetta e dei suoi, illegittimi ma forse ancora più grandi, eredi, che può considerarsi l’unica nota di demerito di questo spettacolo operistico e sagace.