The Criterion Collection 2026
(Seth Rogen and Evan Goldberg’s Criterion Closet Picks)
The Ice Storm resta uno dei ritratti più lucidi e spietati mai girati sulla suburbia americana, ed è significativo che a realizzarlo sia stato Ang Lee, regista taiwanese capace di osservare quel microcosmo con la distanza di chi ne coglie i codici senza appartenergli. Nel Connecticut del 1973, tra Watergate, Nixon in televisione e famiglie incapaci di comunicare, il quartiere residenziale diventa un ecosistema chiuso dove villette sofisticate, interni modernisti e oggetti di design anni Settanta non rappresentano semplice benessere, ma l’elegante scenografia di una paralisi morale e sentimentale. Lee filma questi spazi come gabbie silenziose: luoghi raffinati, geometrici, apparentemente accoglienti, che finiscono per riflettere l’anestesia emotiva dei loro abitanti.
Più che scegliere la via della satira feroce come farà American Beauty, o quella del grottesco disturbante di Happiness, Lee costruisce un dramma corale che richiama il Robert Altman di Short Cuts e anticipa per struttura il PTA di Magnolia: traiettorie familiari parallele, solitudini che si sfiorano senza mai toccarsi, implosioni private che convergono in una tragedia comune. Ma dove Paul Thomas Anderson lascia esplodere il melodramma, Lee lo congela: la sua regia, controllata e quasi hanekiana, osserva i personaggi con rigore clinico, affidandosi a silenzi, posture bloccate e immagini simboliche più eloquenti delle parole.
La vera forza del film sta infatti nella sua rete di metafore visive: la piscina vuota come emblema di un’intimità priva di sostanza, il letto ad acqua in cui Janey Carver si rannicchia in posizione fetale come un ritorno impossibile al grembo, il vassoio del key party che trasforma il desiderio in meccanismo impersonale, fino alla tempesta di ghiaccio finale, che rende tangibile il congelamento interiore di queste famiglie. Se pochi anni prima Dazed and Confused di Linklater guardava agli anni Settanta come a un’ultima stagione di libertà e spensieratezza, The Ice Storm ne mostra il riflusso: la fine delle illusioni libertarie, il sesso come gesto svuotato e anestetico, il crollo di ogni promessa di emancipazione.
In questo paesaggio umano sospeso tra commedia amara e melodramma glaciale, gli adulti: Joan Allen, Kevin Kline, Sigourney Weaver incarnano con precisione struggente una generazione esausta e smarrita, ma sono i più giovani: Christina Ricci, Tobey Maguire, Elijah Wood e Katie Holmes a diventare i veri interpreti del trauma ereditato. Ang Lee firma così non solo un film sulla crisi della famiglia, ma una meditazione sul declino del sogno americano, dove il gelo atmosferico non è che il riflesso di un’intera civiltà che ha smesso di sapersi amare.
The Criterion Collection 2026
(Seth Rogen and Evan Goldberg’s Criterion Closet Picks)
The Ice Storm resta uno dei ritratti più lucidi e spietati mai girati sulla suburbia americana, ed è significativo che a realizzarlo sia stato Ang Lee, regista taiwanese capace di osservare quel microcosmo con la distanza di chi ne coglie i codici senza appartenergli. Nel Connecticut del 1973, tra Watergate, Nixon in televisione e famiglie incapaci di comunicare, il quartiere residenziale diventa un ecosistema chiuso dove villette sofisticate, interni modernisti e oggetti di design anni Settanta non rappresentano semplice benessere, ma l’elegante scenografia di una paralisi morale e sentimentale. Lee filma questi spazi come gabbie silenziose: luoghi raffinati, geometrici, apparentemente accoglienti, che finiscono per riflettere l’anestesia emotiva dei loro abitanti.
Più che scegliere la via della satira feroce come farà American Beauty, o quella del grottesco disturbante di Happiness, Lee costruisce un dramma corale che richiama il Robert Altman di Short Cuts e anticipa per struttura il PTA di Magnolia: traiettorie familiari parallele, solitudini che si sfiorano senza mai toccarsi, implosioni private che convergono in una tragedia comune. Ma dove Paul Thomas Anderson lascia esplodere il melodramma, Lee lo congela: la sua regia, controllata e quasi hanekiana, osserva i personaggi con rigore clinico, affidandosi a silenzi, posture bloccate e immagini simboliche più eloquenti delle parole.
La vera forza del film sta infatti nella sua rete di metafore visive: la piscina vuota come emblema di un’intimità priva di sostanza, il letto ad acqua in cui Janey Carver si rannicchia in posizione fetale come un ritorno impossibile al grembo, il vassoio del key party che trasforma il desiderio in meccanismo impersonale, fino alla tempesta di ghiaccio finale, che rende tangibile il congelamento interiore di queste famiglie. Se pochi anni prima Dazed and Confused di Linklater guardava agli anni Settanta come a un’ultima stagione di libertà e spensieratezza, The Ice Storm ne mostra il riflusso: la fine delle illusioni libertarie, il sesso come gesto svuotato e anestetico, il crollo di ogni promessa di emancipazione.
In questo paesaggio umano sospeso tra commedia amara e melodramma glaciale, gli adulti: Joan Allen, Kevin Kline, Sigourney Weaver incarnano con precisione struggente una generazione esausta e smarrita, ma sono i più giovani: Christina Ricci, Tobey Maguire, Elijah Wood e Katie Holmes a diventare i veri interpreti del trauma ereditato. Ang Lee firma così non solo un film sulla crisi della famiglia, ma una meditazione sul declino del sogno americano, dove il gelo atmosferico non è che il riflesso di un’intera civiltà che ha smesso di sapersi amare.