Voglio essere quantomeno trasparente nel dire che probabilmente il film non si merita lo sproloquio che seguirà e che in realtà è semplicemente un tentativo inoffensivo e dimenticabile di un artista che ha provato a raccontare se stesso tramite un grande del passato. Lo fanno tutti, alcuni riescono, altri no, non succede nulla, ci sta. Se questo film può piacere, o addirittura ispirare qualcuno, magari ha fallito un po’ meno, tanto meglio.
Detto questo
Era da “Un Giorno di Pioggia a New York” di Woody Allen che non assistevo ad un’accozzaglia di roba così lamentevole, auto compiaciuta, grezza nei modi e amatoriale nei mezzi, sciatta, sconclusionata, retorica e dal non poi così leggero fetore populista che predica sul “politicamente corretto”, sulla “libertà di espressione” e sulla “cancellazione di un artista maledetto e incompreso dalla società perbenista”. Perché, se non si fosse capito, “Modì - Tre Giorni sulla Ali della Follia” non è un film su Amedeo Modigliani durante il breve soggiorno parigino, ma è un film su Johnny Depp. Il Johnny Depp post divorzio. Il Johnny Depp post processo. Quel Johnny Depp che come unici spettatori rimasti ha le fan pages su Facebook gestite da ultraquarantenni o le sezioni commenti delle peggiori pagine di cinefili incalliti che si appellano un po’ troppo spesso alla presunzione d’innocenza. E infatti Depp fa questa roba per loro, per alimentare quell’idea di artista bohemièn rinnegato dall’alta società che deve rintanarsi all’estero per esprimere la sua controversa arte, un Dante in esilio dal bicchiere facile e la passione focosa. Peccato che la sua commedia sia tutt’altro che divina, ma solo un pasticciaccio di citazioni al cinema muto messe completamente a caso, senza alcun criterio, come prive di criterio sono le sequenze oniriche, le visualizzazioni dei turbamenti del protagonista, uno Scamarcio così fuori parte e sbagliato da fare il giro e diventare assurdamente divertente nel pietoso show che Depp scambia per regia degli attori. Si salvano un paio di comprimari, che con due scene ed un paio di momenti ispirati aggiungono al danno la beffa, l’illusione che forse forse qualcosa di decente poteva pure uscire fuori. Al Pacino fa il suo, cinque minuti di spernacchiata effettiva e tematica nei confronti del protagonista (e dell’opera) per poi mollare questo fatiscente Titanic. La disonestà vera sta nel fatto che poi sta roba viene portata in pompa magna alle feste del cinema, ai talk show, evidenziando ancora una volta come Depp sia uno degli ennesimi privilegiati che mai si prenderà la responsabilità delle sue azioni, ci piangerà solo addosso per avere un po’ di compassione da chi lo amerà sempre e comunque. Dopo tutto parliamo di uno che ha trasformato un processo in un circo mediatico dove vigevano tifoserie e relativismo assoluto, demonizzato e distrutto la sua ex compagna trasformandola nel demonio assoluto distorcendo anche le verità documentate, alimentando le peggiori correnti misogine e sessiste di più generazioni. Quindi dopo averlo amato e apprezzato in tutti i ruoli più iconici per tutta l’infanzia e l’adolescenza non mi resta che dire questo: non sei una vittima, non sei un rinnegato, non sei un genio. Sei solo ubriaco del tuo stesso potere e ti sei trovato botti illimitate, vaffanculo.
Voglio essere quantomeno trasparente nel dire che probabilmente il film non si merita lo sproloquio che seguirà e che in realtà è semplicemente un tentativo inoffensivo e dimenticabile di un artista che ha provato a raccontare se stesso tramite un grande del passato. Lo fanno tutti, alcuni riescono, altri no, non succede nulla, ci sta. Se questo film può piacere, o addirittura ispirare qualcuno, magari ha fallito un po’ meno, tanto meglio.
Detto questo
Era da “Un Giorno di Pioggia a New York” di Woody Allen che non assistevo ad un’accozzaglia di roba così lamentevole, auto compiaciuta, grezza nei modi e amatoriale nei mezzi, sciatta, sconclusionata, retorica e dal non poi così leggero fetore populista che predica sul “politicamente corretto”, sulla “libertà di espressione” e sulla “cancellazione di un artista maledetto e incompreso dalla società perbenista”. Perché, se non si fosse capito, “Modì - Tre Giorni sulla Ali della Follia” non è un film su Amedeo Modigliani durante il breve soggiorno parigino, ma è un film su Johnny Depp. Il Johnny Depp post divorzio. Il Johnny Depp post processo. Quel Johnny Depp che come unici spettatori rimasti ha le fan pages su Facebook gestite da ultraquarantenni o le sezioni commenti delle peggiori pagine di cinefili incalliti che si appellano un po’ troppo spesso alla presunzione d’innocenza. E infatti Depp fa questa roba per loro, per alimentare quell’idea di artista bohemièn rinnegato dall’alta società che deve rintanarsi all’estero per esprimere la sua controversa arte, un Dante in esilio dal bicchiere facile e la passione focosa. Peccato che la sua commedia sia tutt’altro che divina, ma solo un pasticciaccio di citazioni al cinema muto messe completamente a caso, senza alcun criterio, come prive di criterio sono le sequenze oniriche, le visualizzazioni dei turbamenti del protagonista, uno Scamarcio così fuori parte e sbagliato da fare il giro e diventare assurdamente divertente nel pietoso show che Depp scambia per regia degli attori. Si salvano un paio di comprimari, che con due scene ed un paio di momenti ispirati aggiungono al danno la beffa, l’illusione che forse forse qualcosa di decente poteva pure uscire fuori. Al Pacino fa il suo, cinque minuti di spernacchiata effettiva e tematica nei confronti del protagonista (e dell’opera) per poi mollare questo fatiscente Titanic. La disonestà vera sta nel fatto che poi sta roba viene portata in pompa magna alle feste del cinema, ai talk show, evidenziando ancora una volta come Depp sia uno degli ennesimi privilegiati che mai si prenderà la responsabilità delle sue azioni, ci piangerà solo addosso per avere un po’ di compassione da chi lo amerà sempre e comunque. Dopo tutto parliamo di uno che ha trasformato un processo in un circo mediatico dove vigevano tifoserie e relativismo assoluto, demonizzato e distrutto la sua ex compagna trasformandola nel demonio assoluto distorcendo anche le verità documentate, alimentando le peggiori correnti misogine e sessiste di più generazioni. Quindi dopo averlo amato e apprezzato in tutti i ruoli più iconici per tutta l’infanzia e l’adolescenza non mi resta che dire questo: non sei una vittima, non sei un rinnegato, non sei un genio. Sei solo ubriaco del tuo stesso potere e ti sei trovato botti illimitate, vaffanculo.