Allora io ho cercato di essere aperto, tollerante e ben intenzionato. Ho sperato che questo non fosse uno di quei “nuovi film di genere italiani” che scopiazza male forma e contenuti della Hollywood dei primi anni 2000 (perché alla fine si fermano sempre lì) tipo Ride, The End, Dolceroma e porcherie simili. Però come disse un grande alieno viola e muscoloso, la realtà è spesso deludente. E lo è sicuramente in questo caso : Il Talento del Calabrone di Giacomo Cimini è un Thriller privo di una qualsiasi identità, con performance risibili da parte di quasi tutto il cast , tra un Lorenzo Richelmy incapace di fare un accento milanese o di parlare come una persona normale, Anna Foglietta che, pure lei, non spiccica una parola di italiano parlato, ma solo di “doppiaggese” finto e insopportabile. Unica grazia recitativa (perché a livello di scrittura il personaggio è abbastanza insulso) è il villain di Sergio Castellitto, il “Calabrone” del titolo, carismatico e magnetico, che salva momenti in ogni caso brutti, ma che almeno non ti fanno spegnere Il televisore in uno scatto d’ira (come sarebbe successo se ci fosse stato un attore minore). E qui arriviamo alla scrittura, una collezione di cliché e stereotipi che prendono le parti peggiori e più pacchiane di film altresì validissimi come Collateral e Phone Booth, rendendo un film teoricamente “nuovo e fresco per il panorama italiano” uno schiavetto scevro di qualsiasi creatività, con dei plot twist che chiamarli tali sarebbe come deridere lo stesso concetto di “stravolgimento narrativo” e un ritmo che sembra voler ostacolare e rovinare quello che di per sè è un film breve e quindi teoricamente scorrevole. I personaggi sono appunto delle banali sagomine di cartone che agiscono confuse in una storia che dovrebbe essere semplicissima. La loro stupidità e arretratezza rende comici i tentativi di pathos e dramma, rende impossibile ogni tipo di empatia o simpatia e di conseguenza rende un atroce fardello arrivare al minuto conclusivo. Mi rendo conto che per alcuni possa sembrare severo o eccessivo, se non addirittura consumato dal pregiudizio. Mi spiace ma non mi interessa, mi sono stufato di supportare queste prese in giro e perdite di tempo che si nascondono dietro la scusa del “eh ma almeno non è il solito drammone o la solita commedia” oppure “almeno in Italia si torna a fare cinema di genere”. Se il “cinema di genere” che sta tornando consiste nel copiare malamente la peggio Hollywood, allora sono un po’ meno triste che i cinema non riaprano e che sta roba qui non venga proiettata. Volete vedere qualcosa di nuovo e fresco in Italia ?Guardatevi Favolacce, guardate Romulus, guardate i progetti che osano per davvero, che propongono nuovi stili e al massimo riadattano i tentativi esteri, senza copiarli banalmente. E per concludere faccio una piccola osservazione su Lorenzo Richelmy, che dopo Ride e Dolceroma non si è tirato indietro dal voler fare un bel tris di merde con sto film. Guarda caso ci sta sempre lui di mezzo...
Allora io ho cercato di essere aperto, tollerante e ben intenzionato. Ho sperato che questo non fosse uno di quei “nuovi film di genere italiani” che scopiazza male forma e contenuti della Hollywood dei primi anni 2000 (perché alla fine si fermano sempre lì) tipo Ride, The End, Dolceroma e porcherie simili. Però come disse un grande alieno viola e muscoloso, la realtà è spesso deludente. E lo è sicuramente in questo caso : Il Talento del Calabrone di Giacomo Cimini è un Thriller privo di una qualsiasi identità, con performance risibili da parte di quasi tutto il cast , tra un Lorenzo Richelmy incapace di fare un accento milanese o di parlare come una persona normale, Anna Foglietta che, pure lei, non spiccica una parola di italiano parlato, ma solo di “doppiaggese” finto e insopportabile. Unica grazia recitativa (perché a livello di scrittura il personaggio è abbastanza insulso) è il villain di Sergio Castellitto, il “Calabrone” del titolo, carismatico e magnetico, che salva momenti in ogni caso brutti, ma che almeno non ti fanno spegnere Il televisore in uno scatto d’ira (come sarebbe successo se ci fosse stato un attore minore). E qui arriviamo alla scrittura, una collezione di cliché e stereotipi che prendono le parti peggiori e più pacchiane di film altresì validissimi come Collateral e Phone Booth, rendendo un film teoricamente “nuovo e fresco per il panorama italiano” uno schiavetto scevro di qualsiasi creatività, con dei plot twist che chiamarli tali sarebbe come deridere lo stesso concetto di “stravolgimento narrativo” e un ritmo che sembra voler ostacolare e rovinare quello che di per sè è un film breve e quindi teoricamente scorrevole. I personaggi sono appunto delle banali sagomine di cartone che agiscono confuse in una storia che dovrebbe essere semplicissima. La loro stupidità e arretratezza rende comici i tentativi di pathos e dramma, rende impossibile ogni tipo di empatia o simpatia e di conseguenza rende un atroce fardello arrivare al minuto conclusivo. Mi rendo conto che per alcuni possa sembrare severo o eccessivo, se non addirittura consumato dal pregiudizio. Mi spiace ma non mi interessa, mi sono stufato di supportare queste prese in giro e perdite di tempo che si nascondono dietro la scusa del “eh ma almeno non è il solito drammone o la solita commedia” oppure “almeno in Italia si torna a fare cinema di genere”. Se il “cinema di genere” che sta tornando consiste nel copiare malamente la peggio Hollywood, allora sono un po’ meno triste che i cinema non riaprano e che sta roba qui non venga proiettata. Volete vedere qualcosa di nuovo e fresco in Italia ?Guardatevi Favolacce, guardate Romulus, guardate i progetti che osano per davvero, che propongono nuovi stili e al massimo riadattano i tentativi esteri, senza copiarli banalmente. E per concludere faccio una piccola osservazione su Lorenzo Richelmy, che dopo Ride e Dolceroma non si è tirato indietro dal voler fare un bel tris di merde con sto film. Guarda caso ci sta sempre lui di mezzo...