Salvatore Mereu mette in scena con occhio sapiente una tragedia greca tratta dall’omonimo romanzo di Giulio Angioni, ambientata in una Sardegna vicina nello spazio e lontana nel tempo, che parte da un dramma semplicissimo da decifrare che però si articola in qualcosa di più ampio, un conflitto più grande tra vecchio e nuovo, padri e figli, vita e morte. Dilungarmi oltre sulla narrativa potrebbe essere troppo rivelatorio quindi mi fermo qui. Restano da elogiare ampiamente i valori produttivi, in particolare la fotografia azzeccatissima che mette in risalto le meraviglie naturali del nostro paesaggio rurale e la scenografia, che sfrutta al meglio il succitato paesaggio trasformandolo da classica campagna a subdolo teatro di stravolgimenti e rivelazioni. Un piccolo grande trionfo per il panorama cinematografico nostrano che andrebbe sicuramente più spinto e promosso. Ultima nota per Gavino Ledda, gigantesco nella sua metainterpretazione, incredibilmente versatile anche in un ruolo così apparentemente stoico.
Salvatore Mereu mette in scena con occhio sapiente una tragedia greca tratta dall’omonimo romanzo di Giulio Angioni, ambientata in una Sardegna vicina nello spazio e lontana nel tempo, che parte da un dramma semplicissimo da decifrare che però si articola in qualcosa di più ampio, un conflitto più grande tra vecchio e nuovo, padri e figli, vita e morte. Dilungarmi oltre sulla narrativa potrebbe essere troppo rivelatorio quindi mi fermo qui. Restano da elogiare ampiamente i valori produttivi, in particolare la fotografia azzeccatissima che mette in risalto le meraviglie naturali del nostro paesaggio rurale e la scenografia, che sfrutta al meglio il succitato paesaggio trasformandolo da classica campagna a subdolo teatro di stravolgimenti e rivelazioni. Un piccolo grande trionfo per il panorama cinematografico nostrano che andrebbe sicuramente più spinto e promosso. Ultima nota per Gavino Ledda, gigantesco nella sua metainterpretazione, incredibilmente versatile anche in un ruolo così apparentemente stoico.