Prima di cominciare con la proverbiale stroncatura vorrei fare dei plausi (più o meno) sinceri : uno va ai Manetti Bros, per la cocciutaggine artistica che in qualche modo perverso diventa integrità, mantenuta nella realizzazione di questo secondo capitolo, e a sto punto pure per il terzo visto che li hanno girati back to back. Un altro va alla durata del film, coscienziosamente ridotta rispetto al primo, che ha reso il tutto sicuramente più “piacevole e scorrevole”, un terzo va a Giacomo Gianniotti, che si dimostra la scelta più azzeccata dopo il disastro che fu Marinelli, e per quanto il suo range sia limitato, la presenza scenica è indubbia e questo fa sicuramente da solido supporto per un film claudicante nelle fondamenta. Un quarto ed ultimo va sempre ai Manetti, che ancor più dell’integrità, dimostrano una continuità invidiabile, soprattutto nel commettere scelte assurde, bizzarre, più vicine all’auto-sabotaggio che alla “provocazione”, dove le cose migliori del film, citate poc’anzi, sono da un lato soffocate da un ritmo scostante, anticlimatico per antonomasia e dall’altro sprecate da un minutaggio risibile, pressoché inesistente. Perché anche in questo secondo film la tanto millantata “ricerca filologica” altro non è che uno slogan della critica nostrana usato più come scusa per dire male alle produzioni americane dandosi un tono più “maturo ed intellettuale” che come effettivo plauso nei confronti del film. Questa fantomatica ricerca stilistica sta al cinema che cerca invano di omaggiare come la peggior fiction Rai sta alla “televisione antica” : in entrambi i casi c’è un effettivo tentativo di emulazione, ma manca tutto il resto, che siano i mezzi, la direzione, lo stile (perché due zoom e una stringata al massimo fanno una citazione, non una cifra stilistica) e soprattutto la cura. Errori di montaggio in bella vista, errori di dizione, battute mangiate, roba così palese che anche uno scemo del villaggio come il sottoscritto nota immediatamente. Queste sono pallide imitazioni di un cinema morto e sepolto, che si crogiolano nella presunzione di eleganza con la stessa dignità di un ladro di tombe che veste gli abiti del cadavere depredato.
Prima di cominciare con la proverbiale stroncatura vorrei fare dei plausi (più o meno) sinceri : uno va ai Manetti Bros, per la cocciutaggine artistica che in qualche modo perverso diventa integrità, mantenuta nella realizzazione di questo secondo capitolo, e a sto punto pure per il terzo visto che li hanno girati back to back. Un altro va alla durata del film, coscienziosamente ridotta rispetto al primo, che ha reso il tutto sicuramente più “piacevole e scorrevole”, un terzo va a Giacomo Gianniotti, che si dimostra la scelta più azzeccata dopo il disastro che fu Marinelli, e per quanto il suo range sia limitato, la presenza scenica è indubbia e questo fa sicuramente da solido supporto per un film claudicante nelle fondamenta. Un quarto ed ultimo va sempre ai Manetti, che ancor più dell’integrità, dimostrano una continuità invidiabile, soprattutto nel commettere scelte assurde, bizzarre, più vicine all’auto-sabotaggio che alla “provocazione”, dove le cose migliori del film, citate poc’anzi, sono da un lato soffocate da un ritmo scostante, anticlimatico per antonomasia e dall’altro sprecate da un minutaggio risibile, pressoché inesistente. Perché anche in questo secondo film la tanto millantata “ricerca filologica” altro non è che uno slogan della critica nostrana usato più come scusa per dire male alle produzioni americane dandosi un tono più “maturo ed intellettuale” che come effettivo plauso nei confronti del film. Questa fantomatica ricerca stilistica sta al cinema che cerca invano di omaggiare come la peggior fiction Rai sta alla “televisione antica” : in entrambi i casi c’è un effettivo tentativo di emulazione, ma manca tutto il resto, che siano i mezzi, la direzione, lo stile (perché due zoom e una stringata al massimo fanno una citazione, non una cifra stilistica) e soprattutto la cura. Errori di montaggio in bella vista, errori di dizione, battute mangiate, roba così palese che anche uno scemo del villaggio come il sottoscritto nota immediatamente. Queste sono pallide imitazioni di un cinema morto e sepolto, che si crogiolano nella presunzione di eleganza con la stessa dignità di un ladro di tombe che veste gli abiti del cadavere depredato.